Tuttavia, oggi sembra che tutto questo non sia mai accaduto. Un’amnesia collettiva ha cancellato il dibattito, le domande rimaste senza risposta, le ferite ancora aperte. Peggio ancora, si è insinuata l’idea che non sia successo nulla di rilevante, che il passato sia solo un’ombra sfocata su cui non vale la pena soffermarsi, mettendo a rischio la tenuta sociale stessa. Questa rimozione collettiva del trauma, questa fuga dal confronto, sta alimentando una società sempre più divisa, disillusa e incapace di reagire a nuove crisi perché immobilizzata nel sapersi unire.
Ma davvero possiamo permetterci di dimenticare? La questione non è solo storica o sanitaria, ma riguarda il cuore stesso della nostra umanità. La pandemia ha messo in luce le fragilità strutturali della nostra società e il modo in cui il potere è stato in grado di sospendere diritti fondamentali senza un’adeguata resistenza da parte della popolazione.
Il sacrificio delle libertà in nome della sicurezza ha generato un pericoloso precedente: abbiamo accettato restrizioni senza un reale dibattito, senza una vera partecipazione collettiva alla gestione dell’emergenza. Questa passività non è stata solo un effetto del timore del virus, ma il risultato di una narrazione che ha reso qualsiasi dissenso immediatamente sospetto o delegittimato.
Il problema oggi non è solo la memoria corta, ma il rischio concreto di reiterare lo stesso schema. Abbiamo forse rinunciato troppo facilmente a una parte della nostra autodeterminazione, delegando in maniera incondizionata le scelte più cruciali della nostra esistenza? La società sembra aver interiorizzato un meccanismo di obbedienza passiva, quasi rassegnata all’idea che le decisioni si prendano altrove e che ogni tentativo di opposizione sia vano. E, soprattutto, siamo davvero pronti a farlo di nuovo, senza opporre resistenza? Questo è il punto critico che dovrebbe scuotere le nostre coscienze: una democrazia in cui i cittadini smettono di interrogarsi e di partecipare attivamente si trasforma in un sistema chiuso, in cui il potere si rafforza e le libertà individuali diventano sempre più fragili.
I cittadini sembrano aver perso la voglia di manifestare il proprio dissenso. Non perché non ci siano più motivi validi per protestare, ma perché il meccanismo della protesta stessa si è svuotato di significato. Il copione è sempre lo stesso: una folla radunata in una piazza, slogan gridati al vento, e poi il nulla. Il sistema sembra aver trovato il modo perfetto per neutralizzare ogni forma di ribellione: confinarla in spazi delimitati, renderla sterile, inefficace.
Ma la riflessione che dobbiamo fare oggi è più profonda e radicale: come possiamo riappropriarci di un ruolo attivo nella società? La piazza, pur essendo simbolo di protesta, non basta più. Il vero cambiamento si attua nei luoghi in cui si prendono le decisioni, nei palazzi del potere, nei processi democratici che, oggi più che mai, rischiano di essere privi di significato.
Serve un nuovo protagonismo del popolo, non solo nelle proteste, ma nelle scelte. È necessario passare dalla semplice opposizione alla costruzione di alternative concrete. Non basta denunciare le politiche liberticide; bisogna proporre modelli diversi di società, più giusti, più equi, più umani. La vera sfida non è solo ricordare quello che è stato, ma evitare che si ripeta.
Il tempo per riprenderci la nostra umanità non è infinito. Ogni giorno che passa senza una reazione consapevole è un giorno perso. Sta a noi decidere se vogliamo rimanere spettatori passivi o tornare ad essere protagonisti del nostro destino.