Di Guglielmo Mauti Reggio Emilia, 20 gennaio 2025 –
Alberto, ci parli di sua mamma, Liliana Segre.
Mia mamma fu già protagonista di un primo film, nel 1997, sempre ad opera di Ruggero Gabbai, regista e amico di famiglia, dal titolo “Memoria”: in questo lungometraggio veniva raccontata la dolorosissima esperienza della Shoah, a partire da quando Liliana venne espulsa dalla scuola nel 1938 a seguito dell’emanazione delle leggi razziali fino alla deportazione ad Auschwitz, dove venne catalogata come un “pezzo”, il numero 75.190 (che le era stato tatuato sul braccio).
Miracolosamente, la sorte volle che Liliana venisse costretta a lavorare al coperto nella fabbrica di munizioni “Union”, permettendole, pur nella più assoluta disperazione, di sopravvivere.
Trent’ anni dopo, dopo essere stata insignita a Senatrice a vita della Repubblica, Ruggero Gabbai decide di fare questo secondo film, “Liliana” prodotto da Forma International in collaborazione da Rai Cinema, che ha il proposito di raccontare la sua vita anche attraverso le parole di personaggi noti che le sono stati vicini: Fabio Fazio, Enrico Mentana, Ferruccio De Bortoli, Geppi Cucciari, ma anche Mario Monti e Milena Santerini.”
E dopo Liliana, cosa avverrà?
“In effetti se lo chiede anche Gabbai, che nel film intervista anche me, mia sorella e mio fratello, dove raccontiamo il nostro rapporto con la mamma. Noi abbiamo sempre vissuto come una famiglia della borghesia milanese e per tanti anni non abbiamo percepito la nostra “appartenenza”. Nemmeno nostra madre voleva che sapessimo questa dolorosa verità.”
Quindi non sapevate nulla?
“Io ho scoperto il suo terribile passato da un parente quando, all’età di 14 anni, mi chiese stupito “ma come, non sai niente dei forni?”. Anche mio padre, innamoratissimo di lei, mi raccontò solo qualche parte della verità, per proteggere Liliana dal dolore.
Io e lei cominciammo a confrontarci quando avevo già 40 anni, anche se il suo dolore era e rimarrà sempre vivo.”
Ci parli del film “Liliana”
Ruggero Gabbai ha realizzato un film molto efficiente che da un lato vuole dare un aspetto umano a mia mamma, mostrandola anche quando era più giovane, una bella donna piena di fascino ma con un profondo tormento interiore. Dall’altra realizza una ricerca molto difficile, attraverso numerose interviste a me e ai miei fratelli in oltre un anno di lavoro e diverse riprese.
Questo film rappresenta una pietra miliare che rimarrà in modo inconfutabile a testimonianza dell’Olocausto ed è stato realizzato con delicatezza, profondità, intelligenza e rispetto per la verità storica.”
Perché questo film adesso?
“Non c’è mai un momento sbagliato per parlare della Shoah. Tuttavia le violenze subite e gli eventi successivi all’ 7 ottobre 2023 hanno riportato alla memoria l’odio e l’isolamento verso gli ebrei dal resto del Mondo. Anche mia mamma da quella data non è stata più la stessa. Le scene serene che vedrete nel film di lei sulla spiaggia di Pesaro sono state girate un mese prima.”
Com’è il rapporto con sua mamma?
“Quando ero piccolo è stata una mamma molto affettuosa. Io mi chiamo Alberto come mio nonno materno e questo ha creato delle aspettative molto alte su di me, anche se mi sentivo solo un ragazzo normale.
Sono sempre rimasto molto affezionato a lei anche quando mi sono dedicato ai miei impegni famigliari e lavorativi che spesso mi vedevano in trasferta all’estero. Inoltre, mia moglie si ammalò gravemente per quattro lunghi anni di un male incurabile. Quando rimasi vedovo, cinque anni fa, ho potuto dedicare più tempo a mia mamma, impegnandomi ad affiancarla nel testimoniare il suo passato di dolore e di testimonianza nella conservazione della Memoria, per far sì che le nuove generazioni imparino dal passato e costruiscano un mondo migliore di speranza e uguaglianza per tutti i popoli”.