I guai per il 67enne sono iniziati nel 1982, quando durante una rapina a Firenze ha freddato un gioielliere. Poi nell’85, in provincia di Messina, ha ucciso una ragazza di 17anni, colpevole di aver riconosciuto un suo amico, un latitante mafioso di cui era il guardaspalle. Da pochi mesi si trovava a Busseto in regime di detenzione domiciliare. Il 67enne, per evitare di rientrare in carcere aveva falsamente dichiarato di doversi sottoporre ad intervento chirurgico. Le dichiarazioni fornite non hanno tuttavia trovato alcun fondamento nei referti dei medici, determinando la revoca del momentaneo beneficio concessogli dalla magistratura. Acquisito il provvedimento di esecuzione per la carcerazione, i Carabinieri di Busseto lo hanno prelevato dal suo domicilio temporaneo e dopo averlo dichiarato in arresto lo hanno tradotto in carcere.
Ospite di “Missione Parma”, il neo procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, ha risposto alle domande di Luca Ponzi (giornalista RAI) sulle mafie e in particolare su come si sono evolute nel tempo.
E' in programma sabato 8 luglio, alle 20.30, Le Barrique - piazzale Picelli, a Parma, la Cena della Legalità, promossa da Libera con il patrocinio del Comune di Parma e Avviso Pubblico – Enti locali e Regioni contro le mafie e corruzione.
A Piacenza si è tenuto un incontro organizzato dalla Provincia di Piacenza nell'ambito del progetto conCittadini, promosso dall'Assemblea legislativa, per la presentazione del libro "Ritratti del Coraggio. Lo Stato italiano e i suoi magistrati"
Martedì 20 aprile alle ore 18.00 verrà presentato on line il libro di Chiara Madonna "Il potere della verità" di Carello Edizioni.
Un racconto contro le mafie e tutte le forme di prepotenza e bullismo, che ha come protagonisti due ragazzi onesti e coraggiosi.
Un testo con un forte accento educativo, scritto con semplicità e forse per questo ancora più dirompente nel suo profondo significato.
Chiara Madonna, laureata in matematica e insegnante di sostegno, è nata a Salerno e vive a Guastalla in provincia di Reggio Emilia.
Per partecipare all'incontro, moderato dalla giornalista Francesca Caggiati, è necessario richiedere il link tramite mail scrivendo a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Verrà dato spazio a chi vorrà di porre domande all'autrice.
La Cassazione con il rito abbreviato prima (24 ottobre) e il primo grado del processo Aemilia dopo (31 ottobre), hanno sentenziato una certezza: la mafia in Emilia e in particolare a Reggio Emilia è stata ed è una realtà radicata e inconfutabile.
E non si tratta di una ramificazione periferica, di qualcosa già esistente altrove, ma una cosca autonoma di 'ndrangheta con a capo quel Nicolino Grande Aracri che un Sindaco reggiano, a suo tempo, non seppe far di "meglio" che definirlo "una persona gentile".
Bisogna partire da questo retroterra politico/culturale e da queste sentenze "storiche" per riflettere a fondo sugli errori commessi, perché la 'ndrangheta a Reggio Emilia non è stata affatto sconfitta definitivamente: le sentenze hanno sancito la sua esistenza, la sua pervasione e la sua profonda relazione con il nostro territorio.
Le affermazioni del Procuratore capo di Bologna, Giuseppe Amato, dopo la sentenza sono esplicite: "I processi e le condanne non interrompono eventi criminosi di questo tipo. Faremo nuove indagini a partire dalle parole dei pentiti che hanno aperto altri filoni d'inchiesta"; così come sono esplicite le parole del Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri: "Aemilia è storia. Ora si deve scavare il rapporto con la politica...In Emilia la 'ndrangheta è radicata da almeno 40 anni. La colpa e di chi non ha voluto vederla..."
Nonostante alcuni personaggi politici si siano affrettati a dichiarare che da queste sentenze la politica locale ne esce completamente indenne, è fuori dubbio che tutta la nostra comunità debba fare un serio esame di coscienza sulle responsabilità dirette o indirette della politica, degli amministratori pubblici, delle realtà produttive e di tanti privati cittadini nel processo di insediamento e radicamento mafioso, soprattutto per non ricadere negli stessi meccanismi perversi che l'hanno fatta proliferare.
Quando la politica, anche solo una piccola parte di essa, non ha come priorità il bene comune della collettività ma pensa soprattutto alla conservazione del potere e ai propri interessi personali, finisce inevitabilmente per spianare la strada a quelle pericolose influenze che hanno purtroppo ammorbato le nostre comunità e il nostro sistema economico.
Lo stesso discorso vale per l'apparato tecnico al servizio della pubblica amministrazione, come è dimostrato dalla condanna comminata al dirigente comunale di Finale Emilia.
Un altro dato - dolorosamente sconfortante - che esce dalla sentenza del 31 ottobre, è stato il comportamento, al limite del ridicolo, di almeno una cinquantina di persone chiamate a testimoniare durante il processo Aemilia. Per questi la Corte ha inviato gli atti alla Procura per falsa o reticente testimonianza. Intimoriti, minacciati o collusi, qui a Reggio Emilia.
Maurizio Vergallo
capogruppo in Consiglio Comunale e nell'Unione dei Comuni della Val d'Enza
per la lista civica "Bibbiano Bene Comune"