Mercoledì, 03 Giugno 2026 10:23

In vacanza dopo il massacro: il silenzio che pesa sulla Sardegna In evidenza

Scritto da Andrea Caldart

Di Andrea Caldart (Quotidianoweb.it) Cagliari, 2 giugno 2026 - Quattro aerei. Quattro voli che hanno portato in Sardegna militari israeliani in licenza. Una notizia che avrebbe dovuto scuotere le coscienze, aprire un dibattito pubblico, provocare interrogazioni istituzionali. E invece nulla.

Silenzio. Un silenzio assordante, imbarazzante, che rischia di assumere i contorni della complicità morale.

Mentre a Gaza continua una devastazione che ha provocato decine di migliaia di vittime e una catastrofe umanitaria denunciata da organizzazioni internazionali, e mentre Israele con l'IDF continua a estendere il conflitto in Libano, uomini in uniforme israeliana arrivano sulle coste sarde per riposarsi. Per staccare. Per concedersi una pausa.

Una pausa da cosa? Dal genocidio di Gaza?

È questa la domanda che nessuno sembra voler porre.

Da mesi il mondo assiste a immagini di città distrutte, ospedali colpiti, famiglie cancellate, bambini estratti dalle macerie. Immagini che hanno segnato più di una generazione e che resteranno impresse nella memoria collettiva per decenni. Eppure, davanti all'arrivo di appartenenti alle forze armate dello Stato israeliano che conducono queste operazioni militari, il dibattito pubblico sembra essersi dissolto.

Nessuno si indigna. Nessuno protesta. Nessuno pretende spiegazioni.

Anzi, la Sardegna li ospita. Qualcuno apre alberghi, case vacanza, strutture ricettive. Qualcuno li accoglie come normali turisti, come se il contesto da cui provengono fosse irrilevante, come se le immagini filtrate che ogni giorno attraversano le televisioni del mainstream e quelle più reali dei social network, non esistessero.

Il problema non è la nazionalità. Non è l'identità di un popolo. Il problema è politico, morale, storico. Riguarda il significato di offrire normalità e svago a chi semina morte in una tragedia umanitaria senza precedenti: il genocidio di Gaza.

Ancora più inquietante è il comportamento delle istituzioni.

Dove sono le parole del governo? Dove sono le prese di posizione della Regione Sardegna? Dove sono i rappresentanti politici che, in altre circostanze, si mostrano pronti a commentare qualsiasi questione internazionale? Ancora una volta il silenzio sembra essere la risposta preferita.

E questo silenzio pesa ancora di più in una terra che da decenni paga un prezzo enorme alla militarizzazione.

La Sardegna ospita circa il 65% delle servitù militari italiane. Oltre 30.000 ettari di territorio sottratti ad altri usi. Decine di chilometri di coste interdette ai cittadini. I grandi poligoni di Salto di Quirra, Capo Frasca e Teulada che hanno segnato la storia dell'isola e alimentato per anni polemiche, proteste e richieste di riconversione.

Una terra che conosce il peso delle divise, delle esercitazioni, delle interdizioni. Una terra che ha sacrificato porzioni immense del proprio patrimonio ambientale e territoriale in nome delle esigenze militari.

E da molto tempo girano voci che Israele guardi con interesse strategico ad alcune isole del Mediterraneo, tra cui la Sardegna; voci che circolano con insistenza in un tempo in cui la forza militare sembra tornata a essere il principale strumento di politica internazionale. E se queste ipotesi apparissero estreme, dovrebbero comunque indurre a una riflessione: quanto vale davvero, dal punto di vista geopolitico e militare, questa terra che troppo spesso viene considerata soltanto una meta turistica?

E oggi quella stessa terra viene chiamata ad accogliere, senza discutere, senza interrogarsi, senza pretendere spiegazioni, come se la guerra fosse normale, come se tutto fosse normale.

Come se il dolore degli altri fosse ormai diventato un rumore di fondo.

Nel frattempo, alcuni dei principali dirigenti politici e militari israeliani sono ricercati in funzione di iniziative giudiziarie e contestazioni internazionali legate alla conduzione della guerra. Il dibattito sul rispetto del diritto internazionale umanitario è aperto in tutto il mondo. Governi, tribunali, organizzazioni umanitarie e società civili discutono quotidianamente di responsabilità, limiti e conseguenze. Ma qui no.

Qui si preferisce guardare altrove. Si preferisce fingere che non esista alcun problema morale. Si preferisce trasformare l'indignazione in assuefazione.

E forse è proprio questa la sconfitta più grande, che non riguarda soltanto la distruzione delle città, le decine di migliaia di morti e tutto quanto distrutto sotto le macerie.

La sconfitta più grande è quando una società smette di interrogarsi, quando vede la sofferenza e continua a sparecchiare la tavola, prenotare camere, organizzare vacanze e fare finta che nulla stia accadendo.

Lo sappiamo e non è retorica che ogni guerra produce vittime sotto le bombe. Ma produce anche un'altra categoria di vittime: le nostre coscienze e quando la coscienza muore, non fa rumore e purtroppo muore lentamente, nel silenzio.

Lo stesso silenzio che oggi avvolge la Sardegna.

E forse, mentre qualcuno passeggia sulle spiagge più belle del Mediterraneo per dimenticare o festeggiare come premio la guerra da cui proviene, da qualche parte una madre continua a stringere la fotografia di un figlio che non tornerà più.

Lei non avrà vacanze. Non avrà riposo. Non avrà un mare in cui cercare sollievo. Avrà soltanto un'assenza per sempre.

E quella assenza, più delle bombe, dovrebbe perseguitare le coscienze di tutti noi e, per chi li ha portati e li ospita, ancora di più.

Una sola parola: schifo.

Foto copertina: immagine generata dall’AI

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