Il punto non è soltanto la scissione in sé, né la fisiologia dei conflitti interni ai partiti; è, piuttosto, la funzione di svelamento che tale scelta assume: essa costringe l’area di governo a esplicitare ciò che finora ha tentato di tenere simultaneamente, ma senza coerenza, in un equilibrio di retoriche incompatibili.
In altri termini: il “caso Vannacci” obbliga il sistema a scegliere tra sostanza e rappresentazione, tra identità come ordine di principi e identità come strumento di mobilitazione emotiva. E, proprio per questo, mette a nudo le contraddizioni – e le falsità performative – di un centro-destra che, proclamandosi tale, agisce spesso come un aggregato occasionale di interessi, di opportunismi comunicativi e di geometrie variabili di potere.
Sul piano fattuale, la frattura è stata pubblicamente ricondotta all’uscita di Vannacci dal partito che lo aveva arruolato politicamente e che ne aveva valorizzato la carica simbolica; contestualmente, egli ha rivendicato la necessità di una linea “intransigente”, rifiutando la logica delle mediazioni, e ha dato forma al proprio progetto autonomo.
Tale passaggio, inoltre, ha avuto immediate ricadute anche sulla sua collocazione al Parlamento europeo, rendendo visibile l’intreccio tra appartenenze nazionali e architetture sovranazionali delle famiglie politiche.
Ora, il dato politicamente decisivo non è solo che un eurodeputato si separi dal proprio partito d’elezione; è che questa separazione, per tempi e modalità, intervenga come atto di accusa implicita contro un’intera area: perché denuncia, dall’interno, l’insostenibilità del compromesso su cui quel centro-destra ha costruito la propria narrazione pubblica. Il primo livello della contraddizione riguarda la pretesa identitaria. Da anni il centro-destra (ovvero la destra della sinistra) si definisce mediante un lessico “antropologico”: popolo, nazione, tradizione, ordine, sicurezza.
Ora, la scelta di Vannacci costringe a domandare se tale lessico sia, per i partiti di governo, un insieme di principi capaci di vincolare l’azione (e dunque di imporre coerenza), oppure un repertorio di parole-segnale, utili a catalizzare consenso senza trasformarsi mai in doveri politici. Il paradosso è evidente: quando un segmento “più duro” si emancipa, non si produce soltanto una competizione elettorale; si produce una verifica di autenticità. E in questa verifica il centro-destra istituzionale rischia di apparire come ciò che è diventato: un dispositivo di amministrazione del potere che tollera l’identitarismo come ornamento, salvo poi ritrarsene quando esso diventa criterio esigente, cioè quando pretende conseguenze. Per questo la scissione funziona da cartina di tornasole: mostra che l’identità, nel centro-destra realmente esistente, è spesso un bene comunicativo, non un principio normativo. Il secondo livello è quello, più delicato, della verità politica. La verità politica, in senso classico, non coincide con la propaganda di parte; coincide con la corrispondenza tra parola e decisione, tra promessa e azione, tra principi dichiarati e comportamenti istituzionali.
Ebbene, l’episodio Vannacci rende manifesto il divario tra l’autorappresentazione del centro-destra e la sua prassi. Se un’area si presenta come “alternativa” al progressismo culturale e alla tecnocrazia europea, ma poi governa mediante continue accomodazioni, timidezze strategiche e contrattazioni interne, essa non è semplicemente prudente: è strutturalmente ambigua.
La prudenza, infatti, è virtù della ragione pratica e si esercita in ordine a un fine; l’ambiguità, invece, è tecnica di sopravvivenza del consenso e si esercita in ordine alla conservazione della posizione.
Il punto che qui emerge è spietato: il centro-destra, per reggere, ha bisogno di parlare con molte voci e, soprattutto, di non vincolarsi troppo a nessuna di esse. Laddove un attore rompe questa convenzione e pretende un profilo netto, l’intero edificio narrativo entra in crisi, perché mostra che la “sintesi” non era una sintesi, ma una coabitazione provvisoria di linguaggi inconciliati.
Il terzo livello riguarda la natura della coalizione e il suo rapporto con la governabilità. L’uscita di Vannacci, secondo diverse letture giornalistiche e analitiche, potrebbe sottrarre una quota non enorme ma potenzialmente decisiva di consenso ai partiti dell’area, incidendo sugli equilibri futuri. Tuttavia, anche volendo prescindere dalla quantificazione elettorale, l’effetto sistemico è già prodotto: l’episodio espone la fragilità del patto di coalizione, che non appare fondato su una comune idea di bene politico, bensì su una convergenza contingente di leadership e convenienze.
Ciò è particolarmente rilevante per la figura della Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, perché ogni frattura alla sua destra non è solo “competizione”: è anche un richiamo permanente a dimostrare autenticità identitaria senza compromettere i vincoli della responsabilità di governo. Ne risulta una tensione strutturale: o si governa accettando la logica del compromesso (e allora l’identità si riduce a simbolica), oppure si governa assumendo l’identità come criterio forte (e allora la coalizione esplode o si radicalizza). Il centro-destra, finora, ha cercato di evitare entrambe le conseguenze, oscillando; ma la scelta di Vannacci riduce lo spazio dell’oscillazione, perché rende visibile, in forma drammatica, che l’equilibrio era retto più dalla gestione comunicativa che da una comune architettura di fini. Infine, vi è un quarto livello, più propriamente culturale e “metapolitico”. Il centro-destra ha prosperato sulla promessa di restaurare una normalità: contro l’ideologismo, contro l’ingegneria sociale, contro la dissoluzione dei confini.
Tuttavia, nel momento in cui deve tradurre tale promessa in una linea coerente, scopre di essere attraversato da due logiche incompatibili: la logica movimentista (che chiede rottura) e la logica istituzionale (che chiede continuità). L’uscita di Vannacci, accompagnata dalla retorica dell’intransigenza, estremizza questa dicotomia e costringe l’area a mostrarsi per ciò che è: non un “centro-destra” in senso dottrinale, ma un campo di forze che usa l’idea di destra come capitale simbolico e la pratica del centro come condizione di permanenza. Per questo, parlare di “finto centro-destra” non è mera invettiva: è diagnosi di una forma politica che, per tenere insieme leadership, elettorati e vincoli esterni, ha trasformato la coerenza in un lusso e la verità in un’opzione narrativa. In conclusione, la scelta di Vannacci non è solo un atto di separazione: è una smentita vivente.
Essa mostra che l’unità del centro-destra non era un’unità di principi, ma un equilibrio di convenienze; che l’identità non era un criterio di governo, ma un lessico elettorale; che la promessa di alternativa era spesso un gioco di specchi tra parole forti e decisioni deboli. E, soprattutto, essa rivela il tratto più inquietante: quando una parte del sistema tenta di trasformare la retorica identitaria in linea politica, l’intero edificio reagisce come reagiscono le costruzioni fondate sulla comunicazione più che sulla verità: non chiarendo, ma neutralizzando; non assumendo responsabilità, ma riorganizzando la scena. Da qui, lo smascheramento: il centro-destra viene costretto a guardarsi allo specchio e a scegliere se essere davvero ciò che dice o continuare a dire ciò che non è mai stato.
(*) Autore
Daniele Trabucco
Professore strutturato in Diritto Costituzionale e Diritto Pubblico Comparato presso la SSML/Istituto di grado universitario "san Domenico" di Roma. Dottore di Ricerca in Istituzioni di Diritto Pubblico.
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