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La Repubblica come emozione civile: quando la retorica dell’unità sostituisce la misura del giusto. In evidenza

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Alcune Osservazioni critiche sul discorso di fine anno del Presidente Della Repubblica

Di Daniele Trabucco Belluno 1 gennaio 2026 - Il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica pro tempore, Sergio Mattarella, si presenta come un atto di pedagogia pubblica: ricomporre, rassicurare, richiamare al senso di appartenenza, riattivare l’energia morale di un popolo che avverte fatica, disincanto e vulnerabilità.

Ora, proprio in questa intenzione “ricucente”, si annidano le aporie più serie.

Il messaggio tende a trasformare l’ordine politico in una narrazione di coesione e la coesione in criterio di bontà. È un rovesciamento sottile: ciò che dovrebbe essere conseguenza di un ordine giusto diventa, di fatto, la sua giustificazione.

In tal modo, la politica finisce per essere misurata non sulla verità del bene comune, bensì sull’efficacia simbolica del discorso che la legittima. Si avverte, anzitutto, un tratto moralistico nel senso tecnico del termine: la morale viene invocata come clima, atteggiamento, “modo di pensare”, più che come riconoscimento di una misura oggettiva del giusto. La pace, ad esempio, è presentata prevalentemente come mentalità e come stile comunicativo: “disarmare le parole”, evitare che il dissenso degeneri, respingere l’insulto. È un invito che, isolato, suona nobile, tuttavia la sua debolezza logica è evidente. Le parole, di per sé, non disarmano la forza quando la forza ha già scelto di non riconoscere limiti.

Una comunità non si salva primariamente con la temperanza del linguaggio, bensì con il primato della giustizia: col dare a ciascuno il suo secondo il noto insegnamento del giurista romano Ulpiano (170 d.C. - 228 d.C.), col custodire l’innocente, col riconoscere i confini che neppure il potere può oltrepassare. Quando la pace è ridotta a cultura della moderazione, essa diventa un bene psicologico, non un ordine reale. E allora l’appello presidenziale rischia di produrre un effetto paradossale: all’interno promuove una “civiltà del tono”; all’esterno, dove decidono la forza e la paura, resta privo di criteri normativi capaci di orientare scelte tragiche. Questo deficit si riflette nel modo in cui viene narrato il conflitto internazionale.

La contrapposizione netta tra chi vuole la pace e chi la “nega”, tra aggressione e difesa, tra forza e diritto, possiede un’evidente potenza emotiva e un’utilità comunicativa, ma paga un prezzo razionale: smette di interrogare le cause e le catene di decisioni che rendono purtroppo un conflitto possibile, persino “probabile”.

È qui l’aporia: si assume una categoria morale elementare come chiave totale di comprensione e la si trasforma surrettiziamente in criterio politico.

La distinzione tra aggressore e aggredito può descrivere un atto; difficilmente spiega, da sola, una storia. La ragione, se non vuole ridursi a slogan etico, deve chiedere quali dinamiche di sicurezza, quali percezioni di minaccia, quali errori, quali provocazioni, quali promesse tradite, quali miopie strategiche abbiano reso verosimile l’esito bellico.

Quando, invece, si impone una lettura “a ruoli fissi”, la politica si impoverisce: il conflitto si trasforma in parabola e la parabola in schema che impedisce proprio ciò che si proclama di desiderare, cioè una pace stabile e giusta. Perché una pace stabile nasce dall’ordine del giusto e l’ordine del giusto esige anche verità sulle cause, non soltanto indignazione per gli effetti.

Questa tendenza alla semplificazione morale non è un dettaglio: è la cifra di un impianto che preferisce l’etica dell’intenzione alla logica dei criteri. L’ascoltatore è spinto a “sentirsi dalla parte giusta” più che a comprendere quali condizioni rendano giusta un’azione, legittima una difesa, proporzionata una risposta, prudente una scelta. È un discorso che mobilita coscienze, ma non istruisce l’intelletto sulle condizioni della giustizia. E quando l’intelletto non è istruito, la coscienza resta esposta a una forma di manipolazione involontaria: la bontà dell’emozione sostituisce la bontà del giudizio. Il medesimo scarto si avverte nel modo in cui il discorso tratta libertà e diritti. Si insiste, con formula rassicurante, sull’idea di uno Stato che non “sovrasta” ma “riconosce” diritti inviolabili.

Tuttavia, la struttura complessiva tende a far dipendere la libertà dalla cornice istituzionale e dalla riuscita storica della Repubblica, quasi che l’ordinamento “produca” la libertà e, producendo libertà, si auto-legittimi. Qui l’aporia è decisiva: se la libertà è presentata soprattutto come esito politico, il potere si trasforma nel suo stesso criterio. La libertà, però, intesa come dignità razionale della persona, è ciò che giudica il potere, non ciò che da esso deriva.

Dire “la Repubblica siamo noi” può suonare mobilitante, eppure, al contempo, rischia di assorbire in un’identità collettiva ciò che, per natura, precede ogni collettivo: la persona, i suoi fini, i suoi doveri, il suo destino morale. Senza questa priorità, “noi” diventa categoria avvolgente che pretende consenso affettivo, mentre dovrebbe essere un vincolo razionale all’azione pubblica.

Anche il pluralismo viene trattato in modo che, a ben vedere, lo svuota. È invocato come presupposto della partecipazione e come garanzia delle istituzioni, ma non viene chiarito se esso sia mezzo o fine. Se il pluralismo è fine autosufficiente, allora la società si riduce a equilibrio di opinioni: non c’è più una gerarchia dei beni, bensì solo una procedura di coesistenza. Se, invece, è mezzo, deve essere ordinato alla ricerca del vero e del giusto in ordine al bene comune.

Il discorso, evitando di nominare una misura sostanziale, lascia intendere che l’essenziale sia il “metodo” e il “clima”. Tuttavia, una comunità non vive di solo metodo: vive di evidenze morali minime, di un senso del limite, di un’idea di giustizia che non sia rinegoziabile a ogni cambio di umore collettivo.

Laddove questa sostanza manca, il pluralismo non è libertà: è indifferenza istituzionalizzata. La parola-chiave che regge l’intero edificio è “coesione”. La coesione è descritta come forza, come bene da difendere, come condizione di resilienza. Eppure, sul piano logico, la coesione non può essere criterio ultimo: può esserci coesione anche nel male, coesione intorno a un interesse, coesione prodotta dalla paura, persino coesione garantita dal conformismo. La coesione è un effetto, non un fondamento.

Elevandola a principio, il discorso scambia la medicina con il sintomo: si cerca l’unità senza chiarire quale giustizia debba generarla. Ne segue una conseguenza pericolosa, benché non intenzionale: il dissenso può apparire come frattura da ricomporre più che come possibile denuncia di un’ingiustizia. In tal modo, la “concordia” diventa categoria che sterilizza la critica, perché la critica viene moralmente sospettata di “dividere”, mentre il vero criterio dovrebbe essere un altro: non ciò che unisce o divide, ma ciò che è giusto o ingiusto. Lo stesso ottimismo istituzionale—l’idea che “nessun ostacolo” sia più forte della democrazia—si rivela, a un esame severo, una professione di fede civile più che un argomento.

La democrazia (quale?) non è forte per definizione: è forte quando riconosce limiti, quando non scambia la volontà con la verità, quando non confonde la somma delle preferenze con il bene comune. Senza un vincolo oggettivo che la preceda e la giudichi, la democrazia può diventare fragile proprio perché priva di fondamento: si riduce a tecnica di legittimazione e la tecnica non difende da sé stessa. Le parole che celebrano la democrazia, se non sono accompagnate da un richiamo esigente ai criteri del giusto, rischiano di occultare le patologie più insidiose: la colonizzazione dei diritti da parte delle pretese, la riduzione del cittadino a consumatore di garanzie, l’erosione del senso del dovere, la manipolazione dell’opinione.

In questo quadro, il passaggio dedicato ai giovani costituisce, a prima vista, il momento più luminoso e meno “istituzionale”: un appello a non rassegnarsi, a essere “esigenti” e “coraggiosi”, a scegliere il proprio futuro senza cedere all’inerzia. Proprio per questo, merita una critica più severa. L’esortazione, infatti, si colloca prevalentemente sul registro morale-volontaristico: si chiede ai giovani energia, partecipazione, responsabilità, come se il deficit principale fosse psicologico o caratteriale.

Ora, la questione giovanile non è primariamente una questione di entusiasmo: è una questione di ordine. Quando una società rende strutturalmente difficile l’accesso al lavoro dignitoso, alla stabilità familiare, alla casa, alla formazione non piegata al mero utilitarismo, non è sufficiente sollecitare “coraggio”; occorre indicare le cause e, soprattutto, i criteri di giustizia in base ai quali quelle cause devono essere rimosse. Diversamente, l’appello rischia di suonare come una delega etica: la generazione più esposta viene invitata a compensare con virtù individuali ciò che è prodotto da scelte collettive, da modelli economici e culturali che premiano l’adattamento e puniscono la progettualità. C’è qui un’ulteriore contraddizione: si chiede ai giovani di essere “esigenti”, ma non si chiarisce verso cosa debbano esserlo. Essere esigenti rispetto a quale idea di bene umano? Rispetto a quale gerarchia dei fini? Se l’unico orizzonte è la tenuta della democrazia come metodo e la coesione come clima, allora l’esigenza si riduce a “partecipare” e “includere”, non a giudicare. I giovani, però, per non essere addestrati alla semplice integrazione nel sistema, hanno bisogno di criteri di discernimento: capire cosa valga davvero, cosa sia giusto, cosa meriti sacrificio, cosa non sia negoziabile perché offende la dignità personale e la realtà dei legami. Se tali criteri non vengono offerti—o almeno indicati—l’appello alla responsabilità resta sospeso, e può persino risultare ingiusto.

In conclusione, il discorso di Mattarella, elogiato in modo trasversale dalle forze politiche, resta prigioniero di una tensione interna: vuole essere fondamento morale della comunità, ma rinuncia a indicare con chiarezza la misura oggettiva che sola può fondare. Preferisce la concordia alla verità, l’appello al sentimento civico alla definizione del giusto, la rassicurazione all’argomento, la narrazione alla norma. È un messaggio che chiede unità, ma non osa dire fino in fondo ciò che rende l’unità degna di essere voluta: il primato della giustizia sul consenso, della verità sul clima, del bene comune sulle procedure, e—per i giovani—la necessità di un orizzonte di fini umani reali, non ridotti a parole d’ordine. Quando questo primato non è esplicitato, la politica rischia di restare ciò che il discorso, implicitamente, sembra accettare: un grande dispositivo di coesione, emotivamente persuasivo, razionalmente incompiuto.

(immagine credit Quirinale.it)

 

(*) Autore

Daniele Trabucco

Professore strutturato in Diritto Costituzionale e Diritto Pubblico Comparato presso la SSML/Istituto di grado universitario "san Domenico" di Roma. Dottore di Ricerca in Istituzioni di Diritto Pubblico.

Sito web personale

www.danieletrabucco.it

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