Martedì, 04 Agosto 2026 06:54

Carburanti, la grande illusione: ci raccontano che è colpa della guerra, ma chi guadagna davvero dai rincari? In evidenza

Scritto da Andrea Caldart

Di Andrea Caldart (Quotidianoweb.itCagliari, 3 agosto 2026 - Ogni volta succede la stessa cosa.

Il prezzo della benzina sale di qualche centesimo e ricomincia il solito copione: c'è una guerra, l'OPEC taglia la produzione, il greggio aumenta, i mercati sono nervosi. Le spiegazioni arrivano puntuali, quasi fossero una formula prestampata da tirare fuori a ogni nuovo rincaro.

Ma c'è una domanda che raramente trova spazio nel dibattito pubblico e che, invece, dovrebbe essere la prima: chi è il vero beneficiario dell'aumento del prezzo dei carburanti?

Perché una crisi economica, per definizione, dovrebbe creare perdite. Eppure, esiste un soggetto che, ogni volta che il prezzo alla pompa cresce, continua a incassare di più senza estrarre un barile di petrolio, senza gestire una raffineria, senza trasportare carburante e senza assumersi alcun rischio industriale, quel soggetto è lo Stato.

È una verità scomoda, ma i numeri raccontano proprio questo.

Per anni l'opinione pubblica è stata portata a credere che il problema fossero esclusivamente le compagnie petrolifere, a discapito dei consumatori. È una narrazione semplice, immediata e perfetta per trovare un colpevole facilmente identificabile. Certo, le grandi multinazionali dell'energia realizzano profitti e influenzano il mercato mondiale, ma fermarsi qui significa osservare soltanto una parte della fotografia.

La vera differenza tra ciò che costa un litro di carburante all'origine e ciò che paga un automobilista italiano è rappresentata dal peso della fiscalità.

Accise e IVA trasformano ogni litro di benzina in una delle merci più tassate del Paese. Non è un dettaglio tecnico: è il cuore dell'intero sistema.

Le accise sono imposte fisse che sopravvivono da decenni e che, nate spesso come misure temporanee per finanziare emergenze ormai archiviate dalla storia, sono diventate permanenti. Ma il meccanismo che pochi analizzano davvero è quello dell'IVA, perché l’'IVA non è una cifra fissa, è una percentuale. Calcolata oltretutto anche sulle accise, cioè una tassa su una tassa, definita più volte illegittima, ma diventata normalità. E proprio qui si nasconde il paradosso.

Quando il petrolio aumenta, aumenta il prezzo industriale del carburante. Ma cresce automaticamente anche la base imponibile su cui viene calcolata l'IVA. Tradotto in termini molto semplici: più il cittadino paga il pieno, più lo Stato incassa.

Non serve approvare una nuova tassa. Non serve votare una legge. Non serve nemmeno modificare un'aliquota, è il rincaro stesso che produce un aumento del gettito fiscale.

Mentre famiglie e imprese vedono crescere i costi di trasporto, mentre gli autotrasportatori comprimono i margini e mentre le aziende devono rivedere i listini, lo Stato continua a partecipare gli aumenti senza condividere alcun rischio economico.

Ed è qui che nasce la domanda più scomoda.

Se ogni aumento genera automaticamente maggiori entrate fiscali, esiste davvero un interesse politico a ridurre strutturalmente il prezzo dei carburanti?

La risposta ufficiale è sempre la stessa: ogni governo promette i soliti interventi, parla di taglio delle accise, (come non ricordare il video della Meloni con i 50 euro dal benzinaio), di sconti temporanei, di bonus, di decreti d'urgenza. Le conferenze stampa si susseguono, le dichiarazioni rassicurano i cittadini e si annunciano tavoli di confronto.

Però nella maggior parte dei casi, accade qualcosa di curioso, perché le eventuali riduzioni vengono sempre sistematicamente finanziate proprio grazie all'extra gettito prodotto dagli aumenti dei carburanti.

È un meccanismo quasi surreale, ma invece è realissimo e non vede colore politico.

Lo Stato incassa di più perché i prezzi salgono e utilizza una parte di quelle maggiori entrate per attenuare gli effetti degli stessi rincari. Una sorta di circuito fiscale che si autoalimenta, dove il rimedio viene finanziato dalla stessa causa che lo rende necessario.

Nel frattempo, il cittadino continua a pagare sempre di più.

Naturalmente sarebbe scorretto sostenere che il prezzo della benzina dipenda esclusivamente dalle tasse. Sarebbe una semplificazione tanto quanto attribuire ogni responsabilità alle compagnie petrolifere.

Sul prezzo incidono le quotazioni internazionali del greggio, il costo della raffinazione, il cambio tra euro e dollaro, la logistica, i trasporti marittimi, le tensioni geopolitiche e le decisioni dei grandi Paesi esportatori.

Ma proprio perché questi fattori non possono essere controllati da Roma, molti economisti si chiedono perché non si intervenga con maggiore decisione sull'unica componente realmente nazionale: la pressione fiscale.

La questione assume contorni ancora più evidenti confrontando l'Italia con altri Paesi europei. A parità di oscillazioni del petrolio, il prezzo finale cambia proprio per effetto di sistemi fiscali differenti. Non è il greggio a conoscere i confini nazionali, sono le imposte a fare la differenza.

Eppure, il dibattito politico sembra fermarsi sempre un passo prima della domanda decisiva.

Perché nessun governo, indipendentemente dal colore politico, ha mai affrontato una riforma strutturale della tassazione sui carburanti?

Forse perché rinunciare a quel gettito significherebbe aprire un enorme vuoto nei conti pubblici. Un vuoto che andrebbe colmato con tagli di spesa o nuove entrate. Una scelta politicamente molto più difficile che limitarsi ad annunciare interventi temporanei ogni volta che il prezzo supera una soglia psicologica.

Nel frattempo, però, il pieno continua a diventare sempre più caro.

E con esso aumentano i costi della logistica, dei trasporti, della distribuzione alimentare e di gran parte dei beni di consumo. Il carburante non pesa soltanto sul portafoglio di chi guida un'automobile: diventa un moltiplicatore dell'inflazione, scaricando i rincari lungo tutta la filiera economica.

È per questo che la questione non riguarda soltanto gli automobilisti. Riguarda ogni famiglia che fa la spesa, ogni impresa che produce, ogni commerciante che riceve merci e ogni lavoratore che ogni mattina percorre chilometri per raggiungere il proprio posto di lavoro.

Alla fine, dunque, la domanda iniziale resta senza una risposta politica convincente: chi è davvero responsabile del prezzo record dei carburanti?

La risposta più onesta è che le responsabilità sono distribuite tra mercati internazionali, tensioni geopolitiche, compagnie energetiche e dinamiche finanziarie. Ma c'è un protagonista che troppo spesso resta fuori dall'inquadratura: un sistema fiscale costruito in modo tale da trasformare ogni aumento del prezzo in un aumento delle entrate pubbliche.

Ed è forse proprio questo il vero nodo dell'intera vicenda.

Perché finché il rincaro rappresenterà anche un vantaggio per le casse dello Stato, sarà difficile convincere i cittadini che esista una reale volontà di abbassare stabilmente il costo del pieno.

E allora il problema non è soltanto quanto costa la benzina.

Il problema è capire chi, ogni volta che il tabellone del distributore cambia cifra, ha davvero interesse a lasciarlo salire ancora e non è di certo il povero gestore che è l’ultimo della filiera e il primo a fare i conti con tutta la rabbia dei cittadini, almeno di quelli che ancora non hanno capito.

Foto copertina: immagine generata dall’AI

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