Venerdì, 23 Gennaio 2026 05:35

La Svolta di Davos 2026. In evidenza

Scritto da prof. Daniele Trabucco

di Daniele Trabucco Belluno, 22 gennaio 2026 - Davos 2026 ha segnato uno spartiacque nel rapporto fra Stati Uniti d'America ed Europa perché ha reso visibile ciò che per decenni era stato schermato da formule rassicuranti: l’asse transatlantico è un rapporto strutturalmente asimmetrico, dunque rinegoziabile e rimodulabile, anche unilateralmente, dalla potenza che detiene la capacità di comando.

Il dossier Groenlandia, trattato come leva di pressione strategica e contrattuale, e la dinamica delle minacce tariffarie seguite da rapide correzioni di rotta con la dichiarazione di Donald J. Trump di un accordo con l'Alleanza Atlantica del Nord hanno rivelato una grammatica di potere tipica delle gerarchie: Washington sonda il punto di rottura, misura la reazione dell’alleato, converte sicurezza e commercio in strumenti fungibili.

L’Europa, per converso, risponde con dichiarazioni di principio, sceneggiate alla Macron e poi assorbe l’urto nel lessico della “gestione” dell’alleanza, confermando una dipendenza non contingente, bensì sistemica.

Dinnanzi alla percezione di un rapporto transatlantico sempre più diseguale e rimodulabile dalla potenza guida, alcuni ambienti — in particolare una certa sinistra  — ripropongono l’antica ricetta del salto federale: "Stati Uniti d’Europa", maggiore integrazione politica, più accentramento economico e, se possibile, unificazione militare. La proposta, presentata come necessità storica, è in realtà l’estensione di un equivoco: confonde la costruzione di una macchina istituzionale con la nascita di un ordine politico giusto e stabile. In altre parole e detto diversamente, scambia l’incremento di procedure e competenze per la produzione del vincolo politico legittimo, come se l’unità potesse essere fabbricata dall’alto, senza presupposti sostanziali.

Ecco perché una maggiore integrazione europea sarebbe del tutto fallimentare.

Occorre, allora, spostare il fuoco: non "più Stato", né "super-Stato", bensì comunità politiche reali.

La crisi che Davos 2026 ha reso più evidente non riguarda soltanto gli assetti istituzionali; investe la sostanza del legame politico. Quando l’ordine si riduce a procedura, a tecnica di governo, a gestione di dipendenze, si smarrisce ciò che rende una convivenza stabile: la convergenza effettiva su fini comuni, la responsabilità, l’appartenenza.

Non si tratta, però, di "tornare indietro" allo Stato moderno, perché proprio lo Stato moderno—macchina accentratrice e omogeneizzante, spesso edificata su astrazioni e apparati—ha alimentato molte patologie contemporanee: distanza fra governanti e governati, sostituzione della politica con l’amministrazione, conflitto permanente per la conquista del centro.

Superarlo non significa consegnarsi a un’integrazione superiore, ancora più distante e rigida. Significa ricostruire spazi politici a misura d’uomo, nei quali la decisione sia intelligibile, la responsabilità riconoscibile, la rappresentanza non meramente formale, il bene comune non una parola d’ordine ma un orientamento operativo.

(*) Autore

Daniele Trabucco

Professore strutturato in Diritto Costituzionale e Diritto Pubblico Comparato presso la SSML/Istituto di grado universitario "san Domenico" di Roma. Dottore di Ricerca in Istituzioni di Diritto Pubblico.

Sito web personale

www.danieletrabucco.it

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