Domenica, 14 Dicembre 2025 06:45

Gente di fabbrica: Federica Grassi e Andrea Grassi In evidenza

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Il Molino del ponte. The factory on the bridge.

Di Francesca Dallatana Parma, 14 dicembre 2025 -

Toponimo, prima che fabbrica. Il Molino Grassi è sul confine tra Parma e il territorio che si apre dopo il ponte-monumento sul fiume Taro, ricostruito nel 1821. Contiguo a una infrastruttura strategica, quindi nel mirino dei bombardamenti angloamericani nel pieno della seconda guerra mondiale. “Bombardano. Vediamo chi la smette prima. Vediamo se smettono prima loro di sganciare le bombe oppure noi di lavorare.” Era il commento dei lavoratori-imprenditori Grassi, con lo sguardo rivolto al cielo e le mani nel grano.

La pace del pane contro la distruzione delle bombe.

Ponte-Grassi anticipa Ponte Taro, frazione di Noceto e di Fontevivo.  Non è una provocazione, ma una presenza architettonica visibile anche dai tornanti verso il Passo della Cisa.

Generazioni al lavoro.

Andrea Grassi e Federica Grassi, uno di fianco all’altra. Comincia lei a raccontare la loro fabbrica e si cedono il passo, nel corso dell’intervista, senza sovrapporre le voci. Alternanza generazionale, che convive e si osserva a vicenda. Propongono la narrazione della storia delle generazioni Grassi al lavoro, fanno vivere la testimonianza dell’intero gruppo familiare.

Andrea Grassi rappresenta la terza generazione Grassi, insieme a Silvia, Silvio e Massimo. Federica Grassi esprime l’impegno della quarta generazione. Età diverse; stessa tenacia. Seduti ai lati del lungo tavolo di vetro nella sala riunioni dell’azienda, palleggiano da fondo campo nel racconto della storia di fabbrica.

Presente e passato prossimo: gli intervistati rispondono in squadra nel campo comune del lavoro quotidiano. Risposta e ascolto, in sincronica armonia.

Alle loro spalle, una gigantografia riporta l’immagine di tre uomini seduti a tavolino, forse per una festa di famiglia, di sicuro a parlare di futuro e dell’azienda.

Lavoro ad alta competenza.

A ritroso, a partire da oggi. Dal Ponte-Grassi, dai parallelepipedi che si sommano, si aggiungono uno a fianco dell’altro in modo armonico necessitato e atteso, superfetazioni di lavoro che gradualmente aumenta, affiancati ai silos. Un gioco di geometria solida degno di un plastico per la scrivania dell’amministratore delegato.

Prima dei numeri, parliamo di appartenenza. In occasione dell’iniziativa “Molini a porte aperte”, il capo mugnaio ha presentato sé stesso e il proprio lavoro esprimendo un grande orgoglio di appartenenza: “Sono Francesco e sono il capo-mugnaio.” “Una figura peculiare. Una competenza che non si improvvisa”, commenta Federica Grassi.

Esperienza, competenza, disponibilità al lavoro in squadra. Tre variabili che concorrono a definire le professionalità di fabbrica. Andrea Grassi risponde alla sollecitazione: “Il molino è una grande famiglia. Questa è la nostra cifra. Regna un grande senso di rispetto per il lavoro, per il lavoro che facciamo, per l’impegno di ogni giorno. Oggi è fondamentale avere responsabili come il capo-mugnaio per trasmettere ai giovani il sapere. E la trasmissione della conoscenza del lavoro e delle sue modalità è strettamente intrecciata all’orgoglio di appartenenza, alla volontà di permettere al gruppo di continuare la missione produttiva. Le persone che non vogliono trasmettere il loro sapere fanno inciampare il futuro. I collaboratori, a partire dai responsabili, conoscono l’importanza della continuità.”

Parliamo della mansione di capo mugnaio. E’ un lavoro per il quale si studia oppure lo si impara sul campo? “Esperienza, prima di tutto. L’attuale capo mugnaio era proprietario di un molino. Per alcune condizioni della vita si è avvicinato a noi e ha cominciato il lavoro presso la nostra azienda. Fare il capo mugnaio non significa solo controllare la farina e la semola. Comporta la comprensione e la conoscenza delle dinamiche della molitoria sotto il profilo impiantistico. Il capo mugnaio rileva e risolve il problema di un motore che si ferma, che si brucia, l’insaccatrice che non funziona. Ha competenza nella pneumatica.”

Un grandangolo sempre vigile sull’intero sistema produttivo. Ribatte Andrea Grassi: “La disponibilità è fondamentale. Più di una volta al sabato e alla domenica il capo mugnaio viene al molino. Per vedere se tutto va bene.” “Il capo mugnaio ha una sensibilità pratica. Il grano cambia durante l’anno. Oggi è più umido, oggi è più secco.” – interviene Federica Grassi.

I capi mugnaio che hanno lavorato qui sono tutti cresciuti professionalmente e umanamente con la nostra famiglia, con il nostro gruppo di lavoro. La storia di fabbrica va di pari passo con loro: Dall’Aglio, Cattabiani, Menozzi.” – prende la parola Andrea Grassi.

Esperienza a interessi composti, costruita nel corso del tempo e anche in altre aziende, che esprime una vocazione territoriale. “E’ un mestiere che sembra vecchio e datato. L’esperienza del nostro capo mugnaio è la base di una articolata competenza e conoscenza della filiera di trasformazione. E’ un sapere di nicchia. Non viene in mente di dire: vado a lavorare in un molino. I molini vengono visti come stabilimenti dove non si capisce bene che cosa si faccia.” - commenta Federica Grassi.

Quando abbiamo aderito all’iniziativa “Molini a porte aperte” i visitatori si chiedevano: tutto questo qui dentro?”- ancora Andrea Grassi.

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Gruppo di fabbrica e mercati di riferimento.

Storia di fabbrica e figure peculiari. Ma il motore è il gruppo di lavoro. Composto oggi da sessantacinque lavoratori dipendenti, dei quali trenta sono impiegati impegnati nella logistica, in laboratorio e negli uffici commerciale e amministrativo. Alla squadra di oggi si è arrivati con gradualità, attraverso innovazione tecnologica e della tipologia produttiva. Andrea Grassi ritorna con la memoria agli anni Novanta: “Io appartengo alla terza generazione, insieme ai cugini Massimo, Silvio e Silvia. Negli anni Novanta abbiamo fatto un importante cambio a livello produttivo e di organizzazione. Siamo stati i primi a introdurre il biologico. Grazie a Silvio, il padre di Federica, siamo entrati nel mondo del biologico. In quegli anni l’azienda ha vissuto una grande evoluzione, abbiamo proposto prodotti diversi e abbiamo fatto molti investimenti.

Una particolare attenzione ai grani antichi, esposti in evidenza nella sala riunioni. A sottolineare che il primo biglietto da visita dell’azienda è ciò che qui si fa.

Quaranta dipendenti, negli anni Novanta e dintorni: l’aumento del personale ha seguito l’evoluzione organizzativa soprattutto nella ricerca e sviluppo, negli uffici e la meccanizzazione di alcuni segmenti di lavorazione.

La proprietà coincide con la direzione. “Nel corso degli anni abbiamo mantenuto la tradizione familiare. La famiglia conduce. Oggi è subentrata Federica. Silvio, Massimo ed io siamo cresciuti insieme con l’azienda e per l’azienda, con grande rispetto reciproco. Negli anni Novanta era ancora presente la seconda generazione. Con loro abbiamo fatto un percorso. Ci hanno trasmesso senso e cultura del lavoro. E queste sono le fondamenta dell’azienda che siamo oggi.” – spiega Andrea Grassi.

“Il nonno Silvio ha acquistato il Molino. Questi uffici sono stati costruiti dopo, negli anni Settanta. Nella casa sulla via Emilia, vicino al ponte, abitava una famiglia di noi Grassi. In quella casa avevamo gli uffici e il laboratorio e una persona per l’amministrazione. Mio padre e i suoi fratelli, gli imprenditori di seconda generazione tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta hanno a lungo lavorato fino al restyling del 2019. Dove siamo ora c’era invece un edificio rustico.”: un altro flash back di Andrea Grassi.

Anni Sessanta, boom economico, demografico, anche per il mercato della pasta. Cambia l’alimentazione negli anni successivi alla seconda guerra mondiale. Cambia il volto della città e lo stile di vita. Anche il lavoro prende un altro ritmo. Si mangia altro rispetto al pane. Ed è qui che il Molino comincia il suo percorso di specializzazione. Non pensa più solo al pane come prodotto finale.

Il pensiero degli intervistati ritorna al fondatore del Molino Grassi, a Silvio Grassi senior. “Nonno Silvio faceva il contadino. Lavorava a Calestano, poi è sceso verso la pianura. Ha preso in affitto il Molino di Valera. Lui macinava il grano tra il 1934 e il 1945.” Mani che lavorano, mente attiva e sveglia durante i processi di lavoro che mai perde di vista il movimento del mondo di fuori.

Produzione e mercati di riferimento

Dagli anni Cinquanta ad oggi che cosa cambia nella lavorazione del grano? “La molitura non cambia. Cambia il rapporto di filiera. E’ importante oggi trovare gli agricoltori giusti. Sono aumentate le quantità di grano lavorato. Dai mille quintali del 1960 ai duemila del 1969. Fino alle quattrocento tonnellate in ventiquattro ore, oggi.” - un appunto dell’imprenditore Andrea Grassi.

L’attenzione e la specializzazione nel biologico e la proposta di confezioni di diversi formati: l’azienda comincia a rivolgersi a diversi tipi di clientela: industrie-clienti; artigiani-clienti; famiglie-clienti. “E’ un preciso impegno del nostro molino dialogare con diversi tipi di clientela. E’ come dialogare con diversi segmenti del territorio e cercare contatto con le diverse agenzie sociali presenti. Dall’industria fino alle famiglie e ai cittadini.” -  dice Federica Grassi.

Il territorio: da dove la filiera del lavoro del molino trae alimento.  Filiera tracciata, conosciuta, verificata. Il territorio circostante e nazionale che rappresenta anche una parte del mercato di riferimento. E l’estero che rappresenta l’esportazione, la vendita. “L’estero rappresenta il 32 per cento dei nostri volumi di fatturazione.  Abbiamo adeguato tutta la parte di descrizione del prodotto e il marketing, con le traduzioni nelle lingue dei mercati di riferimento. Lo sguardo commerciale ha cominciato a spaziare in un più ampio raggio. Abbiamo vissuto in questi anni la specializzazione delle funzioni e abbiamo risposto alle richieste del mercato in modo attento, a partire dalla sicurezza e l’assicurazione della qualità. La certificazione dei processi è fondamentale.” – ancora Federica Grassi.

 

Il confine del Molino.

Non solo il Taro in direzione Piacenza. Il confine del Molino è definito dalla richiesta del mercato. Che ha espresso bisogni differenti nel corso del tempo.  Dal pane al biologico, fino al baby food: passaggi non scontati che seguono i mutamenti degli stili di vita e delle esigenze dei consumatori.

L’azienda legge attraverso le sue lenti il mutamento sociale e lo interpreta attraverso la declinazione della produzione.

Il confine del Molino è rappresentato anche dalla competenza, che deve essere trasferita attraverso processi di formazione interna e di contaminazione professionale dalle dinamiche virtuose del gruppo di lavoro.

L’azienda anticipa i contenuti delle politiche del personale DEI (Diversity, Equity, Inclusion) e lo rivela un lavoratore dipendente di origine rumena: accoglie i visitatori del Molino rivelando con grande orgoglio la propria provenienza territoriale e l’anno della sua assunzione. Le politiche DEI sbocciano sfacciate nel contrasto tra il camice di un bianco luminoso e la pelle nera lucida di un serissimo operatore impegnato al computer poco incline alla distrazione.  Sono quindici i lavoratori provenienti da altri Paesi: Albania, Senegal, Romania, Marocco, Tunisia.

Il confine del Molino è alto come la verticale del parallelepipedo centrale. Ed è tracciato dal senso del limite al quale ciascuno dentro la fabbrica è chiamato ad ispirarsi. “La sicurezza è fondamentale nel lavoro quotidiano di tutti noi. E diventata un elemento centrale della cultura del lavoro e fondamento imprescindibile della produzione. Per sicurezza intendo: la sicurezza dei lavoratori. Alla quale dedichiamo attenzione costante e la dovuta rigorosa formazione. Intendo anche: la sicurezza della lavorazione. Senza la prima non può esserci la seconda.”: Andrea Grassi cita il rapporto con il Sindacato, trasformatosi nel corso del tempo in un dialogo costruttivo.

La gittata commerciale del Molino Grassi è internazionale. Le radici sono profonde e saldamente radicate su un terreno sociale ed economico rispettoso del lavoro e molto rispettato dall’azienda Grassi.

Via Emilia Ovest 347, Parma: a un passo dal ponte sul Taro: tra una dorsale ad alta percorrenza, la ferrovia Bologna-Milano e il fiume: è la posizione del Molino Grassi.

Il Gis (Geographic Information System, sistema informativo di tracciamento dati relativi al territorio, utilizzato da ingegneri e geologi, Ndr) potrebbe rilevarlo come infrastruttura strategica.

Il futuro di integrazione con il tessuto socio-urbanistico è già cominciato.

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(Link rubrica:  La Biblioteca del lavorolavoro migrante ”  e  Gente di Fabbrica https://gazzettadellemilia.it/component/search/?searchword=francesca%20dallatana&searchphrase=all&Itemid=374 

   https://www.gazzettadellemilia.it/component/search/?searchword=lavoro%20migrante&ordering=newest&searchphrase=exact&limit=30)

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