Di Francesca Dallatana Como, 03 Maggio 2026 -
Hormuz non è solo cronaca e preoccupazione internazionale. “E’ un mare che non vedi da nessuna altra parte.” Un passaggio verso una distesa infinita di inesplorate trasparenze. Il cielo si confonde dentro il mare. Un luogo dove la mente si perde. Che non si dimentica. Come pochi altri confini di mare, con la terra in posizione arretrata. Cielo e mare, prima. Finis terrae perduto.
Hormuz, Iran, ripensato da un altro punto di vista. Quello di una lavoratrice migrante, italiana d’adozione, per competenza linguistica, conoscenza pratica delle dinamiche del mercato del lavoro e partecipazione professionale ed affettiva alla vita sociale del Paese.
Al colore di quel mare, a Qeshm e alle altre isole dello stretto di Hormuz, vorrebbe tornare con il compagno di vita. Lui, in rappresentanza ideale dell’Italia. Un simbolico give back al Paese di accoglienza. Un possibile nuovo inizio di andate e ritorni da e per l’Europa. Per mantenere la memoria di sé stessa ancora legata alla prima intuizione di migrazione, prima del percorso universitario in Italia, quindi di lavoratrice migrante.
Atiyeh Saffarzadeh è persiana. Non pronuncia la parola Iran per definirsi, ma del Paese d’origine non esita a raccontare.
Capelli liberi, raccolti in una crocchia ribelle. Occhi scuri dispersi in un sorriso aperto che prende luce dal bianco di una camicia con le maniche arrotolate ai gomiti.
Un racconto ritmato e spontaneo. Non teme l’emozione del ricordo né del colpo di sonda inaspettato.
Siamo a Como, Italia. Ma l’Iran è vicino. La memoria non tradisce.
Passaporto di relazione.
Il progetto di migrazione comincia a Teheran, molto prima di assumere la concretezza dell’organizzazione del viaggio. Comincia con la consapevolezza dell’importanza di conoscere una seconda lingua, l’inglese, un passaporto relazionale. “La conoscenza della lingua inglese è uno strumento di relazione. E’ una consapevolezza diffusa nel Paese. In Iran molti studenti studiano la lingua inglese.”, fa notare l’intervistata. La lingua straniera è il passaporto che permette il lavoro, la scelta di emigrare. Lo si sa da quando ci si iscrive all’Università, in Iran, e forse anche prima. A Teheran. Perché tra Teheran e il resto del Paese sono marcate le differenze culturali.
Lo stesso Paese, due identità. Che condizionano aspirazioni e danno forma alle possibilità. Di fare oppure di andare altrove a costruire il proprio futuro, in Europa oppure dove sia possibile il decollo.
Teheran.
Di Teheran, Atiyeh Saffarzadeh ricorda il traffico automobilistico. Le manca. Le scivola fuori da uno dei sorrisi dedicati ai ricordi iraniani. Teheran, città grigia. Ma in movimento.
Che cosa le piaceva: il traffico vissuto dall’abitacolo di un’automobile rallentata in un ingorgo che induce l’abbandono al pensiero oppure il flusso incessante di automobili da osservare da fuori? “Il flusso di automobili visto da fuori.”, risponde. Di Teheran, le manca il fluire delle strade, la vitalità tenace e caotica che accelera i progetti di vita.
Mashhad.
A Teheran è arrivata da Mashhad, la seconda città dell’Iran. Verso il confine del Turkmenistan. Lei cita la frontiera con l’Afghanistan. “Sono molto religiosi a Mashhad. Io, invece, non vengo da una famiglia religiosa. In questa città, in questo territorio, il matrimonio per le ragazze è programmato molto presto. A sedici anni, diciassette. Non hanno possibilità di scegliere. La loro vita è quella, pre-ordinata da altre persone.” Il tempo di vivere e di osservare la vita della città e la famiglia si trasferisce a Teheran alla fine della scuola superiore di Atiyeh.
Da Mashhad aTeheran.
E’ la prima migrazione significativa, da città a città. Anzi: da cultura a cultura. Perché “la capitale esprime una cultura molto diversa rispetto a quella dell’Iran profondo.” E si ritorna con il pensiero ancora qui.
Due Iran: lo stile di vita di Teheran e quello del resto del Paese? Una semplificazione. “Questa è la realtà, una fotografia obiettiva.” Nonostante il tema rappresenti uno snodo attualmente molto delicato per un migrante iraniano, l’intervistata sottolinea a più riprese la tendenza dei giovani ad affinare la conoscenza di una lingua europea. La modulazione di questo leit motiv accompagna l’intero dialogo-intervista.
Da Teheran a Parma.
In Iran, Atiyeh Saffarzadeh consegue la prima laurea in ingegneria informatica. Insieme al traguardo Stem raccoglie altre certificazioni che le serviranno per la sopravvivenza economica fuori dai confini del Paese. E proprio qui, nella capitale, decide di andare altrove e di affrontare un ulteriore percorso universitario. Sceglie Scienze gastronomiche, a Parma. “A Teheran ho scelto Parma, forte del consiglio di un docente universitario.” Un permesso di soggiorno per motivi di studio e l’iscrizione all’ateneo di Parma. E i problemi dell’alloggio, quelli economici, il superamento degli esami, la socializzazione con gli altri studenti. Solite questioni da matricole. Siamo nel 2018.
Assenze e curiosità da corridoio.
Quali erano le aspettative della studentessa Atiyeh Saffarzadeh? “Mi aspettavo - risponde - si potesse parlare inglese, ci si potesse capire in inglese. Invece, molti italiani conoscono la lingua ma non la parlano. Perché – dicono – in Italia si parla italiano. E questa è stata la prima barriera. Ho seguito corsi di italiano e all’Università qualcuno dei docenti mi ha permesso di sostenere le prove di esame scritte. La scrittura in lingua italiana mi riusciva molto meglio rispetto alla produzione orale. I docenti erano stupiti, perché si aspettavano risposte ed elaborati molto brevi. Invece riuscivo a scrivere anche testi analitici.”
La lingua è stata una barriera anche per la socializzazione con gli studenti? “Nel corso del primo anno di studi, gli studenti si ritrovavano in gruppi abbastanza chiusi. Venivano dalla stessa scuola media superiore e si conoscevano da tempo. Non è stato facile stabilire un contatto. Il fatto che io fossi straniera destava curiosità, all’inizio. Io ero più grande di loro. Ero alla seconda laurea. Avevo ventisette anni. Mi chiedevano molte cose. E io rispondevo. Dopo questi primi approcci motivati dalla curiosità mi ero illusa di avere instaurato una relazione non di amicizia ma di conoscenza, Non era così. Il giorno prima tante domande per me. Il giorno dopo l’interesse era già svanito. E anche la possibilità di dialogo. Io mi avvicinavo in modo amichevole cercando di parlare. Ma il silenzio come risposta era significativo.”
Dubbi e crisi da integrazione.
Primo anno parmigiano all’insegna del dubbio e della delusione per le difficoltà riscontrate. Nonostante la certezza dell’alloggio continuasse a rappresentare una base rassicurante. “Ho avuto la fortuna di trovare una padrona di casa che mi ha permesso di mantenere lo stesso alloggio durante gli anni dell’Università con un affitto accettabile.”
Gli ostacoli sono diversi: la lingua, la socialità, l’autonomia economica. “Non potevo chiedere aiuto economico alla mia famiglia d’origine. Lo sapevo. Per questo motivo ho cercato un lavoro. Più di una volta mi sono fatta domande sul senso della mia permanenza in Italia, a fronte di tanta fatica.” E di una integrazione che sembra impossibile.
Il primo lavoro è una prova di sopravvivenza. Il settore è la logistica. Selezione da remoto con il recruiter di una agenzia per il lavoro. La candidata è una risorsa smart. Vuole lavorare. L’azienda si trova in provincia di Piacenza. L’intervistata lavora di notte. Di giorno frequenta l’Università. Da Parma si muove in treno, poi sale su un pullman. Quindi, un tratto a piedi. Tre mesi e altri tre mesi. Lo stipendio è buono. Le permette di risollevare le finanze. “Questo lavoro mi ha molto aiutato per il miglioramento della lingua italiana”, ci tiene a sottolineare. Termina l’Università con la copertura economica di un altro lavoro. A Teheran aveva imparato il mestiere di estetista-onicotecnica. A Parma entra in contatto con un connazionale. Con lui firma un contratto e lavora. Fino qui, la sopravvivenza.
Ageismo, un pretesto.
La fine dell’Università italiana coincide con la possibilità di un’esperienza formativa presso una grande azienda del settore alimentare della città emiliana. “Un’esperienza molto utile. Molto bella. Facevo parte di un gruppo di nativi italiani. Qualcuno di loro con due lauree, con un pregresso internazionale, in Svezia. Erano più giovani di me, i colleghi tirocinanti.” Il tirocinio presso l’azienda finisce. L’intervistata è esclusa dalla rosa di candidature scelte per l’assunzione. “Avevo trovato molto interessante il periodo di formazione e lavoro del tirocinio. Allora, ho chiesto. Perché non mi avete scelto? Per quale motivo? La risposta è arrivata, senza giri di parole. Le persone che abbiamo scelto hanno dieci anni meno di te.”
Discriminazione trasversale, l’ageismo. Verificabile entro l’intero arco dell’età lavorativa. A volte un pretesto per superare l’impasse del momento. Spesso una delle variabili delle discriminazioni intersezionali: donna, immigrata, fuori dall’età di apprendistato, permesso di soggiorno con una data di scadenza ravvicinata. Solo un esempio.
Da Parma a Como.
La migrazione da Parma a Como diventa necessaria quando il processo di integrazione è uscito dalle palude della depressione. Alla fine dell’intervista, in modo spontaneo, Atiyeh Saffarzadeh dedica un pensiero a tutti i migranti, lavoratori o studenti. “Negli anni più difficili ho vissuto un periodo di depressione. Mi sono rivolta ad uno psicologo, una persona del mio Paese di origine con il quale potevo parlare nella mia lingua. Parlare con un’altra persona mi ha fatto bene. Mi ha aiutato molto. Ho superato quel periodo. Questo è un messaggio per tutte quelle persone che si trovano in un paese straniero e si sentono sole, che non parlano la lingua come vorrebbero e che non riescono ad allacciare relazioni sociali. Da quando sono in Italia sono diventata timida. Mi fanno notare le persone che mi conoscevano e frequentavano prima della migrazione.” La lingua, la fatica della relazione, il lavoro troppo a lungo precario.
Como.
Il lago rappresenta la rinascita. “Di Parma non mi piaceva l’umidità.” A Parma incontra il compagno di vita con il quale si trasferisce in Lombardia. A Milano, il primo lavoro. Sei mesi di contratto. Como - Milano: è possibile. Molto più diretta questa tratta di quella tra Parma e l’azienda in provincia di Piacenza. Il contratto termina e si ricomincia. “Lavoro in un Ente di Formazione. Un tirocinio. Una collaborazione che spero possa trasformarsi in un contratto di lavoro. Ma qui, per la prima volta, sento di essere fra colleghi. Io parlo di me alle colleghe e ai colleghi. E loro fanno la stessa cosa. Comunicazione in andata e ritorno”
Con Parma, come con Teheran, mantiene un contatto molto diretto. A Parma vive la famiglia di origine del compagno di vita. L’Italia è un Paese dalle distanze brevi. Permette spostamenti agili da Regione a Regione. I confini interiori li ha superati. L’integrazione non ha solo un traguardo, ma diversi.
Italia, Iran. Emozioni migranti.
Come vede il futuro, Atiyeh Saffarzadeh?
“Viviamo a Como, adesso. E’ una città bellissima. In poco tempo raggiungiamo il lago. Non tornerei a vivere in Iran. Vorrei continuare a vivere in Italia. Vorrei viaggiare. Vorrei fare vedere la casa dove ho vissuto a Teheran alla mia famiglia. Vorrei sentire vicino il mio Paese di origine. Spero si possano superare le difficoltà e le preoccupazioni internazionali che stiamo vivendo attualmente. Vivo due vite parallele. Vivo e lavoro in Italia. Dentro di me, sono sempre in Iran. Vicina e solidale con la mia famiglia d’origine e con gli amici di Teheran.”
Hormuz è un simbolo per Atiyeh Saffarzadeh. Rappresenta il passaggio tra due mondi. “E’ il mare che non vedi da nessun altra parte”, intimo quanto il pensiero per Teheran. Che continua a fluire in parallelo alla vita italiana.

(Link rubrica: La Biblioteca del lavoro e lavoro migrante ” e Gente di Fabbrica https://gazzettadellemilia.it/component/search/?searchword=francesca%20dallatana&searchphrase=all&Itemid=374
https://www.gazzettadellemilia.it/component/search/?searchword=lavoro%20migrante&ordering=newest&searchphrase=exact&limit=30)
Su Amazon il primo Libro di Francesca Dallatana
https://www.amazon.it/dp/B0FP2BDQB2/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&crid=V9234QB7I3IC&dib=eyJ2IjoiMSJ9.dbvyMW9_EhMtdlDa3Be_gyC8rApBBPGA1ByI5TDR-moOVpDcKw85bzJBsEQ1LpTUkcTQlb62KnSrsgFV6rBMW7jMC5PiUj9eGehJOB-xsz0g3uIRjYdnd3uzsTONdvoJewNAjQgJP8cLNQVnXAFsZefmQLWHU21RJQBiPRit-P8G6GcEhW0Ky4Z8gT3Ln5bZPuhbTDavGvHcmde9Qh3OT02Nel4GL0giyFaMSPKj3a4.OEoViGb4nM9J2JGqRsj97d22piyuEiHwvDrVHwsdcEw&dib_tag=se&keywords=neri+di+lavoro&qid=1756385868&s=books&sprefix=neri+di+lavoro%2Cstripbooks%2C69&sr=1-1











































































