Tale eccellenza pedagogica, che produsse tra gli altri pure S. Freud e il Circolo (epistemologico) di Vienna, fu definitivamente avviata al declino dall'invasione nazista dell'Austria nel 1938. Nel frattempo Popper, di origine ma non di fede ebraica (era agnostico), aveva trovato riparo, con la moglie, nell'impero britannico, dapprima in Nuova Zelanda, poi andò ad insegnare a Londra dopo la Seconda guerra mondiale. Ivi è vissuto ed ha ricevuto dalla regina Elisabetta II il titolo di sir, baronetto, nel 1965, per i suoi meriti filosofici. Rimasto vedovo, Popper è poi morto nel settembre del 1994, senza aver mai smesso la sua attività intellettuale, pur dopo il pensionamento dall'università.
Nel secondo dopoguerra Popper è diventato il pensatore più influente sulla Filosofia della scienza ed un autore decisivo in Filosofia politica.
Ma cosa ha detto sulla ricerca scientifica il prof. Popper?
Innanzitutto che l'induzione non esiste, non vale. Dal che deriva che la scienza non arriva né arriverà mai ad alcuna verità assoluta. Che vuol dire? L'induzione, che è anche un processo spontaneo della mente umana, ed è perciò oggi studiato pure in Psicologia, assume come universali e necessarie le regolarità (le caratteristiche comuni) osservate in un numero finito di casi. L'esempio notissimo di Popper è quello dei cigni, che tendiamo a pensare tutti bianchi avendone osservati un certo numero (finito) di questo colore. Non è così, esistono pure i cigni neri. Tendiamo naturalmente a generalizzare sulla base delle nostre esperienze e questo vale anche per lo scienziato, che effettua osservazioni o esperimenti. Galilei pensava che così si arrivasse a verità assolute, a leggi, qualora l'ipotesi fosse sperimentalmente confermata, Popper, come già Aristotele, Hume e Kant prima di lui, no: l'induzione, detta in questo caso per enumerazione, non avviene, non possiamo generalizzare ciò che vale, tutt'al più, solo nei casi osservati e sperimentati, sempre di numero finito.
Per spiegare ironicamente questo punto, B. Russel, altro famoso filosofo del '900, si è inventato la storiella del tacchino induttivista (il quale credeva, in base alla sua esperienza, che avrebbe mangiato ogni giorno a mezzogiorno, finché non venne Natale, quando a mezzogiorno fu mangiato).
L'ipotesi per via induttiva, dunque, non può diventare legge scientifica, resta al più un'ipotesi "corroborata", rinforzata, un certo numero di volte. Ci sarebbe, continua Popper, un altro tipo d'induzione, quello per eliminazione, proposta a suo tempo da Bacone prima e da Stuart Mill poi. Consiste nell'eliminare progressivamente, nella ricerca, le ipotesi smentite dai dati, per giungere infine a quella vera, confermata.
Anche tale metodo non funziona, dice Popper, perché le ipotesi potenzialmente formulabili sono infinite. Ed effettivamente, nella storia della scienza, si affrontano gli stessi problemi e gli stessi dati, con prospettive diverse, con altre interpretazioni, scartando teorie precedenti. Ma questo non significa essere giunti alla verità, perché il processo storicamente è continuo e può potenzialmente continuare all'infinito.
Dunque, per via induttiva non si può giungere a verità definitivamente dimostrate, non si può pervenire a leggi scientifiche, e, dopo Popper, tutti sono d'accordo, ma continuiamo, soprattutto nella didattica delle scienze, a chiamare così tante teorie famose. La scienza, dice Popper, non è in grado di produrre verità, ma va distinta da altri tipi di sapere, che possono essere pure molto validi (filosofici, artistici, religiosi, ecc., che Popper chiama complessivamente "metafisica"), perché formula teorie empiriche non ancora falsificate.
È appunto scientifico ciò che, prodotto dalla discussione critica, cioè razionale, è controllabile e non è ancora falsificato dai dati. La potenziale falsificabilità discrimina (demarca dice Popper) ciò che è scientifico da ciò che non lo è.
Tramonta quindi con Popper in Occidente, ma purtroppo non nella cultura delle masse, il mito scientista e positivista del metodo scientifico come unica fonte di verità: non lo è affatto, esso produce solo ipotesi, congetture, e nel tempo, sistematicamente, insegna la storia della scienza, confutazioni, ovvero smentite empiriche.
Il grande allievo di Popper, P. Feyerabend, farà notare negli anni '70 del Novecento:
a) che nella storia nessuno scienziato si è mai attenuto strettamente alle regole del metodo;
b) che è stato meglio così, perché si sono trovate più teorie utili;
c) che tutte le teorie che utilizziamo in campo scientifico hanno già ricevuto qualche smentita empirica, ovvero sono falsificate.
Siccome per Popper anche un solo caso di smentita ci dice che la teoria non è una verità assoluta, non solo la logica ma anche la storia della scienza mostra che essa non ne è capace. Anche Einstein pensava che tutte le teorie prima o poi ricevono la loro confutazione e che gli scienziati non seguono regole fisse (nella ricerca si comportano, diceva, come degli "opportunisti senza scrupoli").
È interessante anche come Popper spieghi la genesi delle ipotesi scientifiche: esse nascono dai pregiudizi dei ricercatori, che, come in ogni essere umano, strutturano la loro percezione della realtà e quindi, in quanto scienziati, la loro costruzione della ricerca.
La mente umana adulta, in generale, non è mai una "tabula rasa", ma è il prodotto di una influenza e formazione culturale, e questo generalmente organizza l'ordine del discorso, di ogni discorso, pure quello scientifico.
La scienza, nell'immagine popperiana, risulta così, per usare le parole di T. Parsons, grande sociologo del Novecento, "un sistema selettivo di orientamenti", dunque un insieme di interpretazioni ipotetiche, confermate da alcuni dati ma provvisorie, che bisogna cercare di confutare per cercarne di migliori, realizzando così l'unico progresso possibile, quello verso una verità comunque irraggiungibile per via scientifica.
Feyerabend aggiungerà poi che pure i dati sono "carichi di teoria", ovvero costruzioni delle teorie che li utilizzano, dunque non possono dare né conferme né smentite assolute. Watzlavick, psicologo e filosofo, sosterrà che tutta la percezione umana della realtà è una costruzione psicologica. I filosofi ermeneuti, dopo Gadamer, come pure vari sociologi (ad esempio Berger e Luckman) e gli psicologi sociali, teorizzeranno il ruolo decisivo dei pregiudizi nella conoscenza umana.
A queste conclusioni sulla scienza e sulla Ragione, esaltata a suo tempo dall'Illuminismo, ancora oggi però dato in pasto alle masse occidentali, sono giunti questi pensatori, tutti generalmente agnostici. Ma, a prescindere dal discusso valore della Ragione, oggi paradossalmente difeso contro il conseguente relativismo anche da filosofi cattolici, Wojtila e Ratzinger compresi, "il cuore ha le sue ragioni" direbbe Pascal.

(Immagini realizzate con AI)
Autore (*)
Marco Santoro
2° classificato a concorso Professore/ricercatore di Pedagogia generale e sociale c/o Università dell'Aquila 2002.
Già Cultore di Storia della Pedagogia e Pedagogia sociale c/o Università di Cassino
Docente di Filosofia e Storia nei Licei
Professore a contratto all'Università di Cassino. Autore di pubblicazioni scientifiche.











































































