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Scritto da Francesca Dallatana

Il futuro in bilico. Precarious future

Di Francesca Dallatana Parma, 28 dicembre 2025 -

Generazione “non”. L’avverbio di negazione è la parola più frequente nelle storie di lavoro raccontate dagli intervistati. E’ la generazione senza tutele, alle quali sono negate i diritti dei lavoratori. E’ la generazione che deve dimostrare di essere flessibile.

La generazione “non” è trasversale: dai boomer fino alle ultime generazioni. Può inciampare nella generazione “non” anche un sessantenne che perde il lavoro. Che per ”ageismo” è costretto ad accettare contratti flessibili oppure a lavorare con una falsa partita Iva.

Storie precarie. Parole, vissuti e diritti negati della generazione senza” è la restituzione dell’indagine condotta negli anni Dieci e data alle stampe nel 2014 da Ediesse, con la prefazione di Susanna Camusso e di Aris Accornero. Gli autori sono ricercatori e sociologi. All’epoca lavoravano presso Università e presso l’Istat. Con il contributo della Cgil e la collaborazione della rivista “Internazionale” e grazie al lavoro dei cinque ricercatori, l’indagine racconta il lavoro flessibile. Per essere flessibili sono necessari competenze e talenti. La flessibilità nei fatti si risolve nella precarietà. E’ la condizione-limbo dell’attesa di un futuro che si sposta sempre in avanti nel tempo.

Il campione di lavoratori ai quali è stato somministrato il questionario non è esaustivo: 470 persone auto-selezionate per via della richiesta dei ricercatori, nei mesi di maggio e di giugno del 2012. Prima di rispondere al questionario ai lavoratori e alle lavoratrici era richiesto di scrivere nella sintesi di qualche nota la loro condizione lavorativa, abitativa e le aspettative. I ricercatori hanno chiesto agli intervistati di dare spazio al potere delle parole.

La narrazione vale più dei numeri.

Sono impegnative, le parole. Rischiano di essere compromettenti. Anche se le narrazioni rimangono anonime. Perché la scrittura disegna il profilo del narratore e rischia di identificarlo. Non tutti hanno risposto positivamente alla richiesta dei ricercatori. Chi lo ha fatto ha contribuito a disegnare il volto della classe lavoratrice delle prime decadi del millennio. L’indagine è decisamente attuale. Anche nel 2025. L’analisi del contenuto affidata alle macchine è impietosa. In un lampo un programma informatico conta quante volte una parola sia stata pronunciata, cioè scritta in questo caso.

La frequenza del vocabolo è un indicatore. Di uno stato d’animo collettivo che si traduce nel quotidiano nelle fattuali condizioni di vita.

Non: l’avverbio di negazione è molto presente. “Non è possibile programmare.” “Non hanno prorogato il mio contratto.” “Non ho diritto alle ferie e alla malattia.” “Non ho potuto andare al funerale di mio padre perché avrei perso il posto di lavoro.” “Non è possibile pensare alla maternità.”

I segmenti maggiormente ripetuti sono i termini “non” e “senza”: senza contratto, non ho diritto, senza garanzie, non guadagno, non avere più soldi, non pagato, non trovare un lavoro, non ho figli, non riesco a programmare.

Ho ventinove anni, e lavoro lì da anni, e non ho mai avuto un lavoro non precario ed io ho paura di un lavoro non precario.”

E ci fermiamo qui, perché ogni segmento apre una riflessione su una espressione della vita negata. Per le donne, la maternità “è una cosa che capita” e che mette a rischio il lavoro. In un Paese che vive l’inverno demografico, le lavoratrici flessibili non hanno le dovute tutele che consentano loro di programmare la maternità. Le storie raccolte sono imbarazzanti. Coraggiose le testimonianze, che somigliano molto a flussi di coscienza catartici. Anche se di catartico hanno poco. Possono dare sfogo solo alla forte emozione di sconcerto e fatica dal colore della rabbia.

I ricercatori tracciano i profili lessicali a fronte delle caratteristiche degli intervistati: età, sesso, condizione abitativa, tipo di contratto.  Le parole descrivono una declinazione di ansietà da preoccupazione per un futuro che si delinea cupo. L’autonomia abitativa e l’avvenuto distacco dalla famiglia d’origine rappresentano il decollo verso un percorso personale, sempre e per tutti in salita, una gimcana ostacolo dopo ostacolo.

L’alta identità culturale del campione di intervistati non permette un ingresso nel mondo del lavoro adeguato per tempi e per contenuti. Il campione di lavoratori flessibili della ricerca sociologica è rappresentato da lavoratori di concetto, cioè con mansioni di tipo intellettuale. A loro viene chiesto l’impossibile: accettare condizioni capestro in nome di un futuro professionale che si allontana in un tempo dilatato e sfuggente al quale nessuno di loro crede più.

Le storie di vita disegnano uno scenario sociale plasmato dalla frustrazione.

Pur non significativo per il numero degli intervistati, il risultato della ricerca denota una ansietà e una preoccupazione per il futuro di grande impatto sulla vita degli intervistati, sulle loro famiglie di provenienza e di appartenenza e sui loro progetti per il futuro.

Identikit del gruppo di intervistati.

Significativa, l’auto-selezione del gruppo. Chi decide di descrivere con le parole il proprio lavoro e gli effetti sul futuro ha perlopiù una laurea specialistica oppure di vecchio ordinamento oppure un titolo post lauream: 34,5% il gruppo di laureati; 30, 2% il gruppo di dottori di ricerca e/o master. E’ un dato significativo che già dice molto dell’Italia che lavora. 

Le preoccupazioni.

La ricattabilità presso il datore di lavoro: è questa la preoccupazione più grande per gli intervistati. E, insieme, è la precarietà del lavoro a risultare più insopportabile: 35,6% dei 470 rispondenti.

 “Non è facile nemmeno lamentarsi, in questa condizione. A trent’anni non è facile accorgersi che questa precarietà ti è talmente entrata nelle vene al punto che non avere straordinari pagati, ferie e malattie non ti sembra una cosa strana. Che avere un contratto di lavoro autonomo e poi stare alle direttive del capo come fossi un dipendente ma senza averne i diritti e le garanzie non ti sembra una cosa illegale. A trent’anni capita che ti senti addirittura grato al tuo capo per darti così tanto lavoro, così tanta fiducia, perché questo forse è un segno che gli piaci, e che se stai zitto e buono e lavori anche fino a mezzanotte, allora magari quando scade il contratto te lo rinnova. E ringrazi.”

Il futuro è una astrazione per la generazione “non”. La preoccupazione, la fatica della ricerca di una nuova occupazione e l’instabilità dovuta alle reiterate proroghe, ma soprattutto al ricatto che garantisce la tenuta dei lavoratori precari.

Dover cominciare da capo ogni volta”: è un’altra delle cause inquinanti la serenità dei lavoratori: 28,7% di 470.Aspettare le proroghe dei contratti - appesi a una valutazione oppure alla decisione di chi conduce l’azienda - è un tempo inquieto. Un masso che tiene ancorata la vita al fondo del mare impedendole di risalire e di respirare.

E ancora: la discontinuità della retribuzione e il dovere chiedere di essere pagati come se il pagamento della fattura oppure dello stipendio fosse un favore.

Dal 2014 in poi.

Il 2014 è l’anno del Jobs Act, la riforma del lavoro attuata dal Governo Renzi. E il superamento dell’effetto dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Il lavoro flessibile oggi è diffuso quanto lo era nei primi anni Dieci. Alcune modifiche a tutela dei lavoratori sono intervenute nel corso dell’ultimo decennio e dal Pnrr in poi. Ma ancora il lavoro flessibile facilmente si confonde con il precariato. Le tutele sono perlopiù rimaste ancorate al passato, a un mercato del lavoro e a una classe lavoratrice dalle caratteristiche differenti rispetto alle attuali.

Il lavoro per molti è rappresentato solo dallo stipendio. E non è motivo di realizzazione. E’ molto grave. Significa non dare valore ai talenti.

E’ forse questo il primo punto del quale ci si dovrebbe occupare. Come Paese reale, prima che sotto il profilo legislativo.

Bloccato l’ascensore professionale: altrettanto quello sociale. Motivo che spinge altrove i talenti, verso Paesi che permettono espressione e realizzazione.

Datato 2014, ma drammaticamente attuale il libro dei quattro sociologi.

Come allora, anche oggi è imperativo ripensare una cittadinanza attiva e rispettosa dei talenti, la vera essenza dell’identità del Paese.

Patrizio Di Nicola, Francesca della Ratta-Rinaldi, Ludovica Ioppolo, Simona Rosati: Storie precarie. Parole, vissuti e diritti negati della generazione senza; Ediesse, Roma, 2014

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