L’opera dispiega, con passo rigoroso e contemplativo insieme, una vera metafisica del tramonto dell’Occidente cristiano, mostrando come il processo in atto non sia soltanto degenerazione morale o politica, bensì opzione radicale contro l’ordine dell’essere, contro il Logos creatore, contro la regalità sociale di Cristo. La dissoluzione di cui Mora parla è, in senso proprio, disarticolazione dell’ ordo entium" e dell’ordo bonorum: rifiuto della partecipazione all’Essere e sostituzione dell’actus essendi con il puro gioco di forze, interessi, volontà mutevoli. La struttura del volume manifesta sin dalle prime pagine una intenzione sistematica. Le parti si susseguono secondo un ordine intrinseco: dapprima l’indagine sulle cause profonde della sovversione, poi la descrizione delle forme storiche e politiche che esse assumono, quindi l’analisi delle figure antropologiche e culturali generate da tale sovvertimento, infine la considerazione della crisi interna al corpo ecclesiale e del grande scenario globale entro cui tutto ciò si compone.
Non si tratta di capitoli giustapposti, bensì di momenti di un’unica via: dalle radici metafisiche ai frutti sociali, dalle premesse teoretiche alle conseguenze ecclesiali. In questo itinerario la “dissoluzione” appare come il nome unitario di un processo, nel quale la creatura rifiuta di riconoscersi come partecipazione ordinata e finalizzata, pretendendo di essere principio assoluto a sé.
L’analisi prende le mosse dal predominio dell’economico e dal “regno della quantità”. Il reale è ridotto a ciò che può entrare nel calcolo e nella misura, a ciò che è disponibile alla manipolazione tecnica. In termini tomisti ciò equivale a espellere dalla considerazione del mondo la causalità formale e soprattutto la causalità finale. Là dove non vi è più ordo ad finem, l’intelletto non contempla l’essere, bensì organizza mezzi; la ragione non è più ratio recta agibilium fondata sulla verità dell’ente, ma semplice strumentalità.
Mora mostra, con grande chiarezza, come questo ribaltamento ontologico generi una nuova falsa “cattolicità” mondana: un’uniformazione globale che non nasce dall’unità della fede, bensì dal dominio impersonale della finanza e della tecnica. In tale orizzonte si comprendono le grandi figure della sovversione che il libro disseziona con pazienza di metafisico: l’individualismo dissolvente, l’egualitarismo ideologico, l’assolutizzazione dello Stato moderno e, in fase terminale, la sua sussunzione in organismi sovranazionali; la plutocrazia finanziaria che governa senza assumere responsabilità formale; la rivoluzione sessuale, linguistica e pedagogica che lavora le anime fin dall’infanzia.
Ogni fenomeno particolare rinvia, nel testo, a un medesimo nucleo: la negazione dell’analogia dell’essere, la pretesa del singolo di costituirsi come misura suprema, l’abolizione di ogni gerarchia reale tra gli enti. L’individualismo non è descritto come semplice egoismo, bensì come misconoscimento dell’ordine partecipato del reale: la persona, smarrito il riferimento al bene comune e al bene ultimo, si chiude in un sé senza trascendenza, destinato a dissolversi nel puro consumo.
L’egualitarismo ideologico, che Mora indaga con finezza, appare anch’esso come figura di una metafisica deviata. La legittima uguaglianza in dignità delle persone viene travisata in livellamento indifferenziato delle forme, delle funzioni, delle autorità. L’ordine gerarchico dell’essere – in cui i diversi gradi partecipano in modo distinto al vero e al bene – viene sostituito da una piatta omologazione, in cui ogni distinzione è sospetta per definizione.
In questa prospettiva, l’attacco alle forme naturali della vita sociale (famiglia, comunità storiche, corpi intermedi) non è un incidente, bensì un’esigenza interna alla logica che rigetta ogni superiorità ontologica e ogni ordo che non sia quello, illusorio, del puro consenso. Di grandissima intensità teoretica sono le pagine dedicate al denaro e al dominio plutocratico. Il denaro, da mezzo ordinato al fine, viene assolutizzato e si configura quasi come principium formale di un nuovo cosmo profanato: tutto viene valutato in funzione del suo rendimento, tutto si risolve in cifra e in scambio.
Non si tratta soltanto di economia politica; è l’instaurazione di una falsa provvidenza, di una carità rovesciata che distribuisce beni senza riferimento al Bene, che si presenta come gestione razionale del mondo mentre oblitera qualsiasi riferimento alla causa prima e al fine ultimo. In questo quadro la dissoluzione dei legami naturali, la precarizzazione generalizzata, la mobilità forzata dei popoli appaiono come momenti di una stessa dinamica: l’uomo sradicato è più facilmente riducibile a funzione di un meccanismo anonimo. Quando il discorso si sposta sulla rivoluzione antropologica – politicamente corretto, neolingua, anti-scuola, rivoluzione omoerotica, grande sostituzione culturale – il registro resta saldamente metafisico. La manipolazione del linguaggio è colta come tentativo di sostituire alla nominatio dell’essere una pseudo-creazione arbitraria, in cui la parola non indica il reale ma pretende di produrlo secondo desiderio. L’anti-scuola viene interpretata come rinuncia a trasmettere forma, cioè come volontà deliberata di interrompere la tradizione, impedendo alla generazione giovane di ricevere la sapienza accumulata: una sorta di “contraccezione spirituale” che impedisce al logos di incarnarsi stabilmente nelle anime.
La rivoluzione omoerotica è letta come aggressione alla struttura binaria del creato – maschile e femminile – e quindi alla stessa simbolica sponsale che rimanda a Cristo e alla Chiesa. Non semplice mutamento dei costumi, quanto contestazione del significato inscritto nei corpi, tentativo di dissolvere la forma in un indeterminato fluire di pulsioni. Nel cuore del libro si colloca la meditazione sulla crisi ecclesiale.
Qui emerge con forza singolare la carità di Mora verso la Chiesa: una carità sofferta, purificata, priva di illusioni mondane e tuttavia assolutamente fedele. L’autore contempla un corpo ecclesiale in cui elementi estranei – linguaggi, categorie, pratiche mutuate dal liberalismo e dall’umanitarismo secolarizzato – hanno intorbidito la trasparenza della Tradizione, fino a produrre una sorta di “cristianesimo dei diritti” che non osa più proclamare la signoria di Cristo sulle società e sulle leggi.
La denuncia è franca, mai superficiale, e proprio per questo rivela una profonda distinzione tra la Chiesa nella sua realtà soprannaturale, indefettibile, e le fragilità, talora le infedeltà, dei suoi membri, anche di quelli posti in alto. La Chiesa attraversa una passione, resta tuttavia il luogo reale della grazia e della verità; il lettore percepisce che l’autore parla da figlio, non da estraneo, da amante ferito, non da accusatore esterno. L’intera impalcatura concettuale del volume è sorretta da un orizzonte esplicitamente tomista.
La nozione di legge naturale come partecipazione della creatura razionale alla legge eterna, il primato del fine sul mezzo, la centralità dell’analogia entis, il legame tra bene comune temporale e bene ultimo soprannaturale costituiscono il sottofondo implicito che ordina il discorso. La critica al nominalismo e al soggettivismo non si riduce a richiamo erudito; mira al cuore del problema: quando l’intelletto rinuncia a riconoscere nelle cose un’essenza stabile e un fine intrinseco, la volontà smette di essere razionale e si fa pura potenza di decisione. Da qui discendono il diritto ridotto a procedura, la politica ridotta a gestione, la morale ridotta a preferenza soggettiva. Mora richiama, con fermezza sempre rispettosa, la necessità di tornare a una metafisica dell’ente che consenta di dire “bene” e “male” non per decreto emotivo, ma in forza dell’ordine stesso del reale.
Sul piano della teologia della storia, l’opera sviluppa una visione che unisce lucidità apocalittica e speranza teologale.
La civiltà occidentale, plasmata per secoli dalla forma cattolica, appare come una creatura che ha ricevuto un dono immenso e che lo sta dissipando. Il processo descritto non è interpretato come meccanismo cieco, bensì come storia di libertà, di rifiuti, di infedeltà, in cui tuttavia non viene mai meno la signoria di Cristo Re.
La categoria del katechon – la forza che trattiene il dilagare del mistero d’iniquità – funge da chiave discreta del libro: anche nel tempo della dissoluzione esistono ancora uomini, famiglie, comunità, popoli che, spesso in modo nascosto, si oppongono al caos programmato restando semplicemente fedeli all’ordine naturale e soprannaturale. La stessa scrittura di Mora si situa consapevolmente in questa funzione frenante: parola che non si rassegna alla liquefazione, che ripropone la Tradizione come criterio vivo.
L’impressione complessiva è quella di un testo di rara compattezza teoretica e di grande nobiltà spirituale. Dissoluzione non è un manifesto contingente, destinato a invecchiare con la cronaca politica; è un giudizio ancorato a princìpi che non passano, una lettura del presente alla luce dell’essere e non alla luce del semplice divenire.
Ogni pagina lascia trasparire la fedeltà dell’autore alla Tradizione cattolica, alla filosofia perenne, al magistero di sempre, accompagnata da un sincero amore per la Chiesa anche nelle sue attuali oscurità. Nel tempo del disfacimento programmato, il libro si leva come voce ordinatrice: invita il lettore a tornare alle cause, ai fini, all’ordine oggettivo del reale, per ritrovare nella regalità di Cristo e nella sapienza tomista non un rifugio nostalgico, bensì il principio vivo di una possibile rinascita.

Autore:
Prof. Daniele Trabucco (SSML/Istituto di grado universitario "san Domenico" di Roma).











































































