Di Francesca Dallatana Parma, 30 novembre 2025 -
Agricoltura e zootecnia registrano una significativa presenza di lavoratori migranti, in Italia, al nord e al sud. Se gli indiani dichiarassero uno sciopero generale, in Pianura Padana, sarebbe a forte rischio la produzione del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano. Stesse gravi conseguenze se i lavoratori impegnati nelle campagne del mezzogiorno d’Italia incrociassero all’unisono le braccia. Chi sono i lavoratori migranti prestati all’agricoltura e alla zootecnia. Chi ci permette di trovare gli scaffali riforniti dei supermercati? Come lavorano, a quali regole e in quali condizioni, e come funziona il processo di selezione?
“Braccia rubate dall’agricoltura. Pratiche di sfruttamento del lavoro migrante”: una risposta inquietante nella sintesi estrema del titolo del volume curato da Ilaria Ippolito, Mimmo Perrotta, Timothy Raeymaekers per Edizioni Seb27. Quindici interventi di ricercatori impegnati in prima linea nella raccolta dati e nell’osservazione ravvicinata, qualche volta partecipante, del fenomeno. Del quale la cronaca si occupa soprattutto in occasione di eventi traumatici: licenziamenti collettivi e morti oppure gravi infortuni sul lavoro. Lo sfruttamento del lavoro migrante è un fenomeno trasversale ai settori. Ne coinvolge maggiormente alcuni. Sono quelli più lontani dall’immaginario collettivo, cioè del settore primario. Dimenticato nel cono d’ombra che il consumismo mantiene rigorosamente fuori dal perimetro della sua gioiosa comunicazione declinata alla positività. Ad occuparsene soprattutto giornalisti free lance, operatori dell’integrazione e ricercatori, molto spesso precari. Come i lavoratori dei quali raccontano le storie.
Vita da stalla.
Lavoro a basso costo, specializzato, disciplinato, gerarchizzato. Sono le caratteristiche del lavoro migrante nella Pianura Padana. I protagonisti sono indiani, chiamati panjabi nell’intervento di Vanessa Azzeruoli. L’autrice nel proporre i risultati di un’indagine sociale condotta negli anni Dieci, indulge nella narrazione di dati qualitativi proponendo la testimonianza di una storia di lavoro e di vita. E’ quella di Amandeep, arrivato giovanissimo in Italia negli anni Novanta del vecchio secolo, trasferitosi al nord dopo avere sperimentato lavoro a basso costo e sfruttamento al centro-sud. Il nord lo attrae per le migliori possibilità occupazionali. Si fida dei connazionali e con gli effetti personali in una busta di plastica sale verso il nord dello Stivale. Nella pianura padana incontra il titolare di un’azienda agricola rimasto solo nelle attività quotidiane. Assunto, lavora per lui. Grazie al lavoro, termina le pratiche burocratiche per il permesso di soggiorno, e permette all’impresa agricola di aumentare il numero di capi di bestiame, quindi produzione e profitto. La piccola azienda progressivamente aumenta la dimensione. Amandeep da lavoratore si trasforma in intermediario di manodopera. Il titolare chiede di reclutare persone disposte al lavoro e lui risponde. Nel frattempo ha proceduto con il ricongiungimento familiare, ha proposto al fratello un lavoro e ha innescato una rete di comunicazione e di informazioni. E’ un intermediario di professione, una figura molto diffusa nella sua comunità, sorta grazie all’esigenza dei titolari di aziende agricole italiane di reclutare e assumere lavoratori nel loro settore. Per il quale è necessaria dedizione, competenza, disponibilità al lavoro. Dedizione: nonostante la meccanizzazione dell’attività di mungitura i grandi animali da reddito sono esseri viventi con necessità di cura. Competenza: conoscenza dei processi ed esperienza non si improvvisano ed è fondamentale la disponibilità al lavoro, che non è scontata. La vita di lavoro nella stalla non è per tutti ed è sempre più basso il numero delle persone disponibili. Perché è totalizzante: non ci sono feste e giorni senza lavoro; si lavora al mattino dalle ore quattro fino alle ore nove e al pomeriggio dalle ore sedici fino alle ore venti. Gli animali non vanno in ferie. La produzione non si ferma. Nel corso degli ultimi decenni i titolari italiani hanno delegato sempre di più la supervisione della produzione e la modalità del lavoro agli indiani. I lavoratori migranti hanno incentivato la loro rete di contatti, di parentele e di conoscenze ad entrare nel circuito dell’agricoltura. Come Amanadeep molti di loro sono diventati formalmente intermediari e altri intermediari informali, quelli ai quali ci si rivolge quando serve personale, per la sostituzione delle ferie, per l’ampliamento dell’organico, per l’aumento della produzione. “L’intermediazione dei lavoratori panjabi funziona come una agenzia di lavoro temporaneo. Il servizio risulta però gratuito per il datore di lavoro, mentre lo stereotipo dell’indiano come “bravo lavoratore” nasconde il fatto che nelle aziende vi è un frequente ricambio di dipendenti. Per il migrante, questo tipo di impiego è strategico, mentre attraverso la compressione dei costi di produzione gli allevatori possono permettersi di rimanere nel mercato.”, sintetizza l’autrice della ricerca sociale.
Oltre il confine.
Oltre il confine della legalità. La modalità dello sfruttamento lavorativo ha una caratteristica: la resilienza. Ha una forte capacità di riorganizzazione. Quando i lavoratori cercano di esercitare i loro diritti. Il contributo di Marco Omizzolo mette in luce la dinamica dello sfruttamento lavorativo nell’agro-pontino. Il settore è sempre il primario: agricoltura. Verso sud lo sfruttamento prende colori diversi ma il motivo ispiratore non cambia: sempre un’ampia forbice fra chi lavora e chi sta dall’altra parte, cioè chi impone le regole del lavoro oltre il confine della legalità.
Il lato oscuro delle reti e dei gruppi. La riflessione di Marco Omizzolo è densa di riferimenti statistici, di dati e di date. Circostanziata ai luoghi, precisa nella descrizione dei fatti. Parte dal fenomeno ampiamente descritto dalla ricercatrice che ha dedicato attenzione al lavoro degli indiani nella filiera del Parmigiano Reggiano: le reti di lavoratori migranti, strettamente intrecciata, e la selezione del personale affidata ai primi migranti insediati sui territori e nelle aziende. “Le diverse reti dei migranti hanno rappresentato come sempre avviene, importanti basi, informali, ma ben strutturate di appoggio, di mutuo sostegno, di identificazione, per i nuovi arrivati. Sono un ponte sociale, tra chi già c’è e chi arriva e la società ospitante. Tuttavia queste reti hanno anche un lato oscuro: il ruolo sociale acquisito dai primi migranti indiani nella loro comunità, grazie alla loro relazione con alcuni imprenditori agro-pontini, ha rappresentato uno dei fattori della nascita e del consolidamento del sistema di sfruttamento del lavoro in agricoltura e delle sue dinamiche organizzative.”
Pagare per lavorare. Lavoro grigio diffuso; costo del lavoro molto basso; documentazione che permetta di dimostrare la legalità delle assunzioni e dei rapporti di lavoro: è possibile solo grazie a una rete di professionisti conniventi. Si aggiungono i ritardi dei pagamenti e il pagamento dovuto dal lavoratore al datore di lavoro. Il datore di lavoro paga meno di quanto dovrebbe e spesso non riconosce la retribuzione. Promette e non mantiene, mantenendo ben salde le redini dell’aspettativa. “Io non so perché. Lavoro tutta la settimana, sette giorni su sette, la domenica mezza giornata, per soli 300 euro al mese. Il resto dei soldi li tiene il padrone.” Una vera e propria riduzione in schiavitù, che alimenta ansietà per la riscossione del credito e la preoccupazione di perdere il denaro guadagnato e mai ricevuto.
Ritmo di lavoro. Il lavoro senza soste registra molti infortuni sul lavoro. I datori di lavoro accompagnano davanti agli ospedali gli infortunati e impongono di non comunicare luoghi e dinamiche dell’incidente. La cronaca ha raccontato di recente anche dello scarico di un infortunato grave direttamente sulla strada, quasi fosse un rifiuto da smaltire. E da negare. Marco Omizzolo definisce drammatica la situazione dei lavoratori obbligati ad assumere sostanze per sostenere i ritmi di lavoro e per superare il limite fisico della fatica. L’aiuto chimico finalizzato a garantire una tenuta ad oltranza arriva dai titolari oppure dai caporali.
L’ultimo anello della catena. Sono le persone con documenti di durata breve e in preda alla preoccupazione per il debito del viaggio da saldare e dell’aiuto economico da mandare alla famiglia rimasta nel Paese di origine. Dai migranti con un permesso di soggiorno forte, conquistato dopo un periodo di lavoro in Italia, ai richiedenti asilo ancora in attesa della commissione con la spada di Damocle dell’attesa sulla testa. L’attesa del documento rende fragili e ansiosi. La vulnerabilità alza l’asticella della disponibilità al lavoro in qualsiasi condizione.
La lingua. Un lavoratore con competenza linguistica bassa o nulla è più docile, quindi interessante per il caporale. Lavora e non parla. Accetta perché non sa chiedere. Non vale per tutti ma per la maggioranza.
Il futuro.
Il futuro dei lavoratori migranti protagonisti e testimoni di sfruttamento lavorativo è vario. Chi riesce ad ottenere un permesso di soggiorno forte e stabile ha la possibilità di spostarsi, di migrare all’interno del Paese verso Regioni più ricche e con maggiori possibilità di lavoro. Oppure verso altri Paesi.
La condizione giuridica non è sufficiente. Una società può dirsi civile quando non relega in ghetti ai confini dell’attenzione chi arriva da fuori, quando non ignora le zone d’ombra. Quando dà valore al lavoro e ai lavoratori, qualunque sia la loro provenienza. Il lavoro nobilita. Lo sfruttamento è un insulto al lavoro.
L’informazione rimane il fondamentale strumento di conoscenza dei lavoratori migranti e loro condizioni di vita. Insieme alla ricerca sociale.
Ilaria Ippolito, Mimmo Perrotta, Timothy Raeymaekers (a cura di): Braccia rubate dall’agricoltura. Pratiche si sfruttamento del lavoro migrante, Edizioni SEB27, 2021

__________________________________
(Link rubrica: La Biblioteca del lavoro e lavoro migrante ” https://gazzettadellemilia.it/component/search/?searchword=francesca%20dallatana&searchphrase=all&Itemid=374
https://www.gazzettadellemilia.it/component/search/?searchword=lavoro%20migrante&ordering=newest&searchphrase=exact&limit=30)
Su Amazon il primo Libro di Francesca Dallatana
https://www.amazon.it/dp/B0FP2BDQB2/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&crid=V9234QB7I3IC&dib=eyJ2IjoiMSJ9.dbvyMW9_EhMtdlDa3Be_gyC8rApBBPGA1ByI5TDR-moOVpDcKw85bzJBsEQ1LpTUkcTQlb62KnSrsgFV6rBMW7jMC5PiUj9eGehJOB-xsz0g3uIRjYdnd3uzsTONdvoJewNAjQgJP8cLNQVnXAFsZefmQLWHU21RJQBiPRit-P8G6GcEhW0Ky4Z8gT3Ln5bZPuhbTDavGvHcmde9Qh3OT02Nel4GL0giyFaMSPKj3a4.OEoViGb4nM9J2JGqRsj97d22piyuEiHwvDrVHwsdcEw&dib_tag=se&keywords=neri+di+lavoro&qid=1756385868&s=books&sprefix=neri+di+lavoro%2Cstripbooks%2C69&sr=1-1











































































