Di Francesca Dallatana Parma, 19 ottobre 2025 -
Occhi che corrono come gazzelle, sorriso contagioso, accento lombardo con declinazione bresciana, parmigiana di recente adozione. La pelle ambrata anticipa la provenienza. Viene da Addis Abeba, Etiopia. Il cognome è italiano. Ma la memoria della pelle non tradisce. Rompe l’argine dell’oblio.
Ainalem Sansone ritorna alla base sicura di se stessa dopo un viaggio introspettivo e a ritroso nella storia migrante del gruppo familiare. La narrazione è scandita dall’emozione del ricordo e da un ritmo incalzante. Affidata a una spontaneità che ha già passato la verifica dell’autoanalisi e del mezzo più potente per antonomasia: la scrittura.
L’intervistata è autrice di “Senza radici non si vola”, dato alle stampe di recente da Carthago. Romanzo di vita: insieme esercizio catartico e cronaca intima. La profonda consapevolezza delle dinamiche che le hanno imposto l’Italia, come nuovo contesto emotivo di radicamento, ha contribuito a costruire una forte competenza e professionalità come life and talent coach, dopo anni di studio e di preparazione.
E’ l’attuale professione dell’intervistata.
Ainalem in italiano significa: “occhi del mondo”.
L’intervista proposta dalla Gazzetta dell’Emilia è una veduta a volo d’uccello su una complessa dinamica relazionale di una migrazione, di andate e ritorni, stabilizzazioni e sradicamento. Quindi di un ricongiungimento ad alto voltaggio emotivo. Quello con la madre. E con il proprio talento.
Migrazione-catapulta.
La migrazione è la conseguenza dell’azione di una catapulta. A muovere il braccio lanciatore è l’accumulo di energia, rilasciata dal movimento sul territorio. L’energia è prodotta dalla motivazione allo spostamento. E ha una grande forza, con effetti non sempre positivi nel processo di integrazione. Soprattutto quando la migrazione è imposta da qualcun altro. A muovere il braccio della catapulta: la volontà di ricominciare a vivere altrove. Qualche volta la migrazione è un dono imposto in nome di una possibilità di vita migliore.
La catapulta è metafora potente della migrazione. La propone l’intervistata, parlando di se stessa e della grande differenza tra il capitolo etiope della sua infanzia e quello italiano. L’Aquila è una città fredda in inverno. Le basse temperature condizionano i rapporti parentali più stretti, quelli con la famiglia di adozione. Proposta dal padre adottivo Dante Sansone alla madre Awetash. Lui conosce la bambina, con lei ha un rapporto d’affetto e di cura e di sensibili attenzioni. Awetash consegna i documenti in nome di un futuro migliore per Ainalem, non senza ripensamenti, con una pietra sul cuore. Perché il sentire profondo della madre non accetta il distacco.

Tra emozione e ragione.
Awetash, Ainalem, Dante e gli altri componenti del gruppo familiare allargato: non sono personaggi di un romanzo. Ma protagonisti di una storia di vita e di lavoro migrante. In questa storia di migrazione e di investimento emotivo il gruppo di appartenenza di Ainalem Sansone è composito e le direttrici delle migrazioni sono diverse. Dall’Italia all’Etiopia e ritorno per motivi di lavoro; dall’Etiopia all’Italia. Quindi, dalla Lombardia all’Emilia, in nome di un ricongiungimento atteso e irrinunciabile. Ainalem Sansone arriva in Italia dall’Etiopia all’età di sei anni, al seguito del padre adottivo e di sua moglie. Il padre naturale è un etiope. Ma lei si sente la figlia del lavoratore migrante Dante Sansone, operaio in trasferta per la costruzione di infrastrutture, un uomo di alta sensibilità e gentilezza. Lui sposa la zia materna dell’intervistata. Tra l’operaio italiano e la bambina Ainalem si sviluppa un forte rapporto di affetto e di protezione parentale, in Etiopia e prima della migrazione. Awetash è la madre di Ainalem e anche lei diventa una lavoratrice migrante: dall’Etiopia si trasferisce in Italia a qualche anno di distanza dall’adozione della bambina da parte di Dante Sansone, per stare il più possibile vicino alla figlia e per lavorare come domestica. Corre l’anno 1976 e in Etiopia sta per iniziare il così detto “terrore rosso”, la campagna repressiva ideata dal Presidente Menghistu contro i gruppi politici marxisti-leninisti. L’atmosfera sociale si surriscalda. Dante Sansone decide insieme alla moglie di procedere con l’adozione di Ainalem per portarla con sé e la famiglia in Italia. Le adozioni erano più semplici, allora. Awetash fugge con la bambina a Macallé, dove vivono i suoi genitori. Capisce che la migrazione in Italia potrebbe consentire alla bambina una vita migliore ma non può esimersi dal sentimento materno di protezione: Ainalem è sua figlia e la vuole con sé. Il procedimento formale dell’adozione è compiuto e la bambina parte per l’Aquila. “Mi ha lasciato andare, alla fine. Ha dovuto cedere di fronte al fatto compiuto dell’adozione. Poi mi ha cercato e mi ha inseguito per tutta vita” dice l’intervistata.
Infanzia migrante.
Che cosa ricorda la bambina Ainalem di Addis Abeba alla metà degli anni Settanta? “Ricordo molto, tutto. Di Addis Abeba ricordo il tepore diffuso, le case basse di legno, i giochi a perdifiato. Da bambina ho fatto tutto ciò che un bambino possa fare. Ricordo i giochi interminabili, tutti quelli possibili nell’immaginario di una bambina.” Una bambina felice di essere bambina, alla continua rincorsa della socialità con i coetanei e della sperimentazione di nuovi giochi. Vivace e brillante, si sposta dalla casa di Awetash a quella di Dante Sansone in modo quotidiano e spontaneo. La casa di Dante è sempre aperta per Ainalem e Dante comincia ad essere accettato come figura paterna. Da Addis Abeba a L’Aquila il mare profondo delle differenze culturali e linguistiche si trasforma in una barriera di ghiaccio. La moglie di Dante nega le difficoltà. “Io le ricordavo Addis Abeba, tutto ciò che aveva visto e vissuto prima dell’Italia. Io rappresentavo nel suo quotidiano e nella sua memoria il capitolo della sua vita da superare attraverso la cancellazione della memoria. Negati i miei talenti. Condizionata nella scelta della scuola media superiore. Negata la possibilità di seguire il corso di studi per il quale mi sentivo portata. Avrei voluto fare la maestra. Mio padre osservava la situazione con dolore. E di quel dolore si è ammalato”, ricorda l’intervistata. Ma una bambina ha fame di accettazione. Si adatta e accetta la madre adottiva, la situazione, le regole della negazione delle origini. Le corse a perdifiato di Addis Abeba sono finite. L’ombra della fatica emotiva cala sulla prima fase della vita in Italia. Awetash raggiunge l’Italia a quattro anni di distanza. La bambina la chiama “zia”. La bambina è una bambina diversa. Scopre di essere sua figlia parecchi anni dopo rispetto al ricongiungimento italiano. Awetash cerca e trova un lavoro, studia la lingua, mantiene il contatto con la figlia, costruisce una base economica. La vita continua, intanto. “Potevo fare quello che volevo a casa mia: assentarmi senza dire dove fossi e non tornare per giorni. Non importava. Ho deciso di uscire di casa, allora. Ma un grande innamoramento – prosegue Ainalem Sansone - e la nascita del mio primo figlio mi ha riportato in quella casa fredda con i termosifoni spenti nella mia stanza, tra mura inospitali. Dante osservava la situazione senza riuscire ad intervenire come avrebbe voluto nel suo profondo. Ed io mi attrezzavo psicologicamente e sotto il profilo logistico a fare azioni per non essere separata da mio figlio. Ero una ragazzina.” Ainalem Sansone diventa una lavoratrice appena possibile, esattamente come Awetash. E come Awetash non dimentica di andare alla ricerca dei talenti sepolti dall’oblio che le condizioni di vita le hanno imposto. Legge, studia, si impegna.
Alla ricerca del talento perduto.
Awetash continua il suo lavoro come domestica e a mantenere un contatto forte con la figlia. “Non ho paura del lavoro. Ho lavorato come operaia in fabbrica e ho fatto diversi altri lavori. Poi ho capito che mi sarebbe piaciuto fare l’ausiliaria socio assistenziale, nelle strutture protette per anziani. Ho conseguito titolo e certificazioni necessarie e ho lavorato dove avevo deciso di lavorare, in una struttura protetta a Cologne, in provincia di Brescia dove ho vissuto per diverso tempo.”: Ainalem Sansone comincia ad ascoltare il proprio talento e gli permette di rinascere. E’ la prima pietra della costruzione della professione di coach. Che scava le fossette di lancio nella consapevolezza degli eventi che hanno reso unica la sua vita, a partire dalla migrazione. Senza negare le dinamiche familiari del gruppo di origine.
Cambiare punto di vista significa avere il coraggio dell’onestà dell’analisi. “Significa vivisezionare fatti e relazioni e motivazioni profonde che hanno concorso a determinare una situazione. Conoscere le dinamiche e capirne i meccanismi permette di superare i blocchi emotivi che si cristallizzano e si tramettono di generazione in generazione.”, ribatte la coach Ainalem Sansone.
Ciascuno di noi è il gruppo che ha dentro di sé. Se non lo conosce e non lo riconosce rischia di soccombere. Scrivere il libro per Ainalem Sansone ha rappresentato un atto di liberazione e di riscatto. “Mi ha permesso di conquistare l’equilibrio e l’obiettività necessari per aiutare gli altri. La scrittura mi ha fatto riscoprire il grande valore dell’atto di amore di mia madre Awetash e di mio padre Dante. Ma anche di capire il senso di inadeguatezza vissuto dalla moglie di mio padre, trasferito negativamente sulla mia vita e sul forte dolore di mio padre.”

Ainalem con Ainalem
Scrittura come riparazione. Una preparazione emotiva lunga quanto la vita dell’autrice e un tempo operativo di elaborazione di tre anni. Il libro di Ainalem Sansone è pietra miliare di un percorso iniziato da tempo con lo studio e la preparazione professionale.
Chi si rivolge alla coach Ainalem Sansone? “Uomini e donne in età adulta alla ricerca dei loro talenti. Uomini e donne alla ricerca di un punto di equilibrio e del senso dello scorrere degli eventi e della vita. La prima persona che ho seguito stava vivendo una crisi matrimoniale, una tempesta emotiva in corso. Stava decidendo di abbandonare il campo, di rompere la relazione. Abbiamo provato a cambiare punto di vista. Abbiamo osservato la relazione e le situazioni con occhi nuovi. Senza cristallizzazioni. Senza il pregiudizio dei blocchi emotivi che impediscono alle persone di esprimere se stesse. La persona continua oggi a vivere la propria vita matrimoniale e ha deciso di continuare quella relazione che era ed è positiva.”
In migrazione. Alla ricerca dei talenti nascosti, di un punto di osservazione equilibrato e consapevole per progettare il prossimo capitolo del futuro. Alla scoperta di se stessi. Perché in se stessi si può trovare qualcuno.
La coach Ainalem Sansone ha preso per mano la bambina Ainalem e le ha mostrato l’orizzonte da un nuovo punto di vista.

(Link rubrica: La Biblioteca del lavoro e lavoro migrante ” e Gente di Fabbrica https://gazzettadellemilia.it/component/search/?searchword=francesca%20dallatana&searchphrase=all&Itemid=374
https://www.gazzettadellemilia.it/component/search/?searchword=lavoro%20migrante&ordering=newest&searchphrase=exact&limit=30)
Su Amazon il primo Libro di Francesca Dallatana
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