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Venezia: il festival del Cinema che non sa più cosa celebra

Di Samuel Campanella Rimini, 26 luglio 2025 - Nomi altisonanti e grandi titoli sono stati annunciati per l’82ª edizione del Festival del Cinema di Venezia. Il tappeto si stende nuovamente, ma a calcarlo c’è tutto fuorché l’autenticità del Cinema.

E così il festival arriva alla sua 82ª edizione, in una baraonda stilistica che fatica a sovrastare l’acuto strillo della crisi. Ripercorrendo la storia di questa Mostra, la si potrebbe leggere come la stratificazione geologica di una roccia: in cui ciascuno strato racconta una specifica fase, con i suoi colori, i suoi linguaggi, le sue battaglie. Ma quello che vediamo oggi in superficie non è più materia viva. È un surrogato. Una plastica ben levigata che somiglia alla pietra, ma non ne ha la sostanza.

Un’alterazione già denunciata da Pasolini e Rossellini, che negli anni Sessanta disertarono Venezia senza giri di parole. Non per snobismo, ma per rigetto. Capirono che la “casa del cinema” si stava trasformando in un salotto Ikea: sobrio, funzionale, vendibile. Il Cinema che doveva sovvertire il mondo era diventato il biglietto da visita dell’imborghesimento culturale. E la Mostra, il suo altare.

Nell’ odierna epoca algoritmica, mentre le piattaforme riscrivono le strutture dell’idioma cinematografico e l’IA colonizza l’immaginario collettivo, ci si aggrappa ai cataloghi pubblicitari delle grandi star hollywoodiane. Si investe in film-evento privi di forma ma con l’arroganza di celebrarne l’autenticità, un po’ come quanto sta accadendo con la città di Venezia. Un tempo capitale della bellezza immemore, oggi svenduta come un gadget da sfoggiare per chi vuole sentirsi per un giorno re del mondo. Nient’altro che una scenografia per turisti arricchiti, destinata ad affondare a causa di quegli stessi magnati sfruttatori e negazionisti.

Eppure c’è stato un tempo in cui la città e la sua Mostra erano davvero la vetrina di un nuovo esperimento. Un luogo dove l’autenticità del Cinema riusciva a sconvolgere anche le coscienze più addormentate. Attraverso la creazione non di un centro di masturbazione seriale, ma di una comunità capace di ascoltarsi. Avulsa da qualsiasi ingerenza marchettara, una zona franca dove il Cinema stesso si metteva in discussione.

Sarebbe bello rivivere quel festival, ritrovare quel bisogno di scuotere, unire, commuovere. Capace di mettere in crisi la propria condizione di agente storico, traducendo le emozioni di una vita incomprensibile. Ma che valore può avere l’ennesimo titolo altisonante se poi si rivela il solito contenitore vuoto, prevedibile, mediocre? Le opere necessarie non servono a nulla. Perché il Cinema è sempre contro. Contro il compiacimento, contro l’immediatezza, contro il marketing travestito da visione. E allora, leggendo i nomi dei protagonisti di questa edizione, soprattutto di quei registi che hanno fatto la storia del Cinema, non posso che sperare. Sperare che questo corpo moribondo abbia ancora la capacità di ruggire e di stravolgere. Divincolandosi da quell’asfissiante giogo che tenta di denigrarlo a prodotto di consumo. È questo che intendevano Pasolini e Rossellini quando parlavano di boicottaggio: difendere l’emancipazione dell’arte dalla corruzione pubblicitaria, standardizzante ed effimera, capace soltanto di persuadere le masse con false ideologie consumistiche.

Lunga vita al Cinema e alla sua indipendenza.

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