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Ora d’aria. Una domenica particolare. In evidenza

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Di Francesca Dallatana Parma, 24 dicembre 2025 - Niente di romantico in una discarica. Solo rifiuti.

I canili sono le nostre discariche.” Una delle tante e da tenere lontano dallo sguardo quotidiano. “In canile come in carcere si invecchia, ci si ammala e ci si acciacca velocemente.” Si muore male. Da soli. Dopo una precoce vecchiaia di stenti.

Dimenticate il cucciolo di labrador biondo di crine diventato famoso grazie alla pubblicità della carta igienica. Niente di romantico, qui. Benvenuti nella istituzione totale destinata ai cani.

Canile di Cella, Reggio Emilia, 21 dicembre 2025

Questa è la cronaca di una giornata particolare.

La battute iniziali di questo articolo raccontano il canile e la vita nel canile. Sono frasi rubate a due operatori volontari, entrambi istruttori cinofili, con i quali e grazie ai quali la Gazzetta dell’Emilia ha osservato e vissuto da dentro una domenica di lavoro di un gruppo di volontari e di lavoratori dipendenti de La Fenice, la cooperativa sociale che gestisce il canile di Cella. Ci hanno fatto entrare perché dal loro punto di vista è importante sensibilizzare l’opinione pubblica sullo stato dell’arte delle strutture-rifugio, a partire dai canili delle nostre città emiliane. Ci hanno fatto entrare perché credono nell’importanza del dialogo con il territorio, con le agenzie sociali. E non solo per promuovere adozioni consapevoli. Ma anche per garantire dignità a tutti i quadrupedi che nel canile hanno trovato un rifugio dal quale difficilmente potranno andarsene. Siamo entrati perché la Gazzetta dell’Emilia crede che la relazione dignitosa e consapevole tra uomo e animali rappresenti un indicatore fondamentale di civiltà.

Virgilio, nel girone del canile.

Torniamo a loro, ai due Virgilio della Gazzetta dell’Emilia. Lui è un ingegnere, docente alle scuole medie superiori; lei è una biologa che si occupa di marketing e di relazioni commerciali per un’azienda chimica. Ogni domenica mattina vengono qui, aprono le celle e fanno uscire i cani, uno alla volta, e li portano a passeggio cioè allo sgambamento, si direbbe con un termine tecnico. E fanno molto di più: instaurano una relazione con il cane, gli propongono un dialogo nella modulazione di una camminata a sei zampe oppure nella dinamica di un gioco. Ma i due istruttori non sono soli: sono in compagnia di un gruppo più ampio. Che questa mattina si ritrova qui, alle ore dieci, davanti all’ingresso dei corridoi dei box dei cani. Nessuno di loro è un improvvisato. Le persone presenti arrivano da Parma, da Reggio Emilia e dalla provincia reggiana. Garantiscono presenze regolari e tenuta nel corso lungo del tempo.

I volontari.

Allora, al mattino della domenica ventuno dicembre, contiamo sette operatori volontari e quattro lavoratori della cooperativa La Fenice: donne e uomini suddivisi equamente per genere; solo un paio di boomer fra di loro, ma ben dissimulati fra quelli delle generazioni successive, soprattutto della generazione X. Giovani e boomer hanno i segni d’espressione scolpiti dal freddo. Ai piedi calzano scarpe da trekking oppure stivali di gomma con imbottitura interna; addosso: giubbotti pesanti; cappellino di lana calato in testa, guanti ripiegati in tasca.

Alcuni operatori volontari hanno specifiche competenze certificate; altri, invece, esperienza e formazione attinenti anche se non si configurano con i crismi di una professione. Il minimo comune denominatore del gruppo è l’interesse per la causa sociale degli animali e del loro benessere. L’umiltà è lo strumento di lavoro per antonomasia. Ogni cane ha la propria identità. Possiamo conoscerci solo attraverso la relazione. Da costruire nel corso del tempo e facendo cose insieme, una domenica dopo l’altra. Si instaura con il cane un patto di fiducia che intreccia le esistenze: il guinzaglio deve diventare un collegamento tra i due e a conoscenza avvenuta il guinzaglio non è più necessario, perché il collegamento è fatto solo di sguardi, di suoni e di fiducia. E stiamo già correndo verso l’idealtipo della relazione.

Arrivano alla spicciolata, uno dopo l’altro. Si conoscono da tempo, sono organizzati. Un breve saluto ed elencano i nomi dei cani da accompagnare in passeggiata. Concordano il turno di uscita per non intralciarsi a vicenda e per non creare disagio ai cani. Tu esci con questo cane, io esco con quello, lei esce con l’altro, tu alla stecca A, io alla stecca B. Lessico familiare della domenica mattina, al canile di Cella di Reggio Emilia. Gente che parla poco. Con i quadrupedi il corpo dice più delle parole. Sono persone capaci di radiografia precisa e a presa diretta rivolta soprattutto a chi per la prima volta entra dal cancello principale. Intuiscono anche il profilo psicologico delle persone che hanno abbandonato l’ospite che finisce qui. Osservano il comportamento, le reazioni, la comunicazione del cane, incrociano le variabili mentre la loro mente tratteggia l’identikit. Sono profiler non dichiarati. Sospendono il giudizio. O forse lo tengono per sé e semplicemente non lo dicono. Perché non serve.

L’ultima arrivata è una giovane donna, presumibilmente della generazione Z, con un’esperienza significativa presso il rifugio Matildico, il centro di recupero della fauna selvatica di Caverzana, a San Polo d’Enza. E’ una sportiva, come altri suoi colleghi, quindi ha l’energia necessaria per condurre una passeggiata dialogante con cani massicci e avvezzi alla camminata energica e sostenuta.

Dalla provincia reggiana, un’altra giovane operatrice volontaria sorridente e, come gli altri, pronta a spegnere le parole in nome dell’azione. Con i cani si fanno cose; parlare non è importante. A casa lei ha un cane, un cane pastore tedesco femmina grande d’età. Una vita insieme, la loro.

Si parla per concordare le azioni ma le parole sono davvero contate. Si dice che cosa si fa e dove si va, quindi si cammina. Si entra nei box, nei dovuti modi. Ciascuno conosce già il proprio amico passeggiatore a quattro zampe. Niente improvvisazioni. Ci si veste con pettorina e guinzaglio di adeguate resistenza e lunghezza e si esce dal cancelletto della cella individuale, cioè dal box, e dal cancello esterno della struttura. Fino all’area sgambamento recintata oppure, e capita molto più spesso, in giro per i campi del parco Ariosto. “Escono i cani che fisicamente possono farlo perché abili e che vivono positivamente l’interazione con l’ambiente e con gli umani. In canile ci sono cani che non trarrebbero giovamento dalla passeggiata e che la vivrebbero come causa di stress. E’ importante rispettare caratteristiche e attitudini del cane.”, fa notare un volontario.  Il rifugio ospita anche cani disabili e questi non hanno la possibilità di andare a passeggio.

Un insidioso freddo padano si insinua nelle ossa, scava tra le pieghe della faccia. Fango affondato dalle gomme delle auto all’ingresso del canile di Cella.

Bruma da canale, erba bagnata, terra sotto le scarpe. L’odore del fango.

Chi me lo fa fare? Potrei dormire fino a tardi. Sono stanca anche io alla fine della settimana.”, chiosa la biologa-volontaria. “Eppure sono qui. Siamo qui, in tanti. Se non veniamo noi, i cani non escono. Non camminano. Gli operatori lavoratori dipendenti da soli non riescono a fare tutto. Il loro carico di lavoro è molto impegnativo. Quando portiamo fuori i cani, loro puliscono le loro casette.”, si infervora l’istruttrice-volontaria. Le casette dei cani, i loro piccoli appartamenti riscaldati, puliti di frequente e in loro assenza, con una parte riparata e al coperto e una parte arieggiata.

A sei zampe.

Tira al guinzaglio il morettone e nerboruto pitbull di cinque anni. Quasi trascina uno degli istruttori, nonostante sia uno sportivo di lunga data. E’ vivace ma per essere un giovane avanzo di canile si avvicina agli umani in modo equilibrato. Salta, d’accordo. Ha la potenza di una molla e la forza di un gancio traino di una vecchia Uaz. Ha il manto marrone e corto, la faccia sveglia, il balzo facile. Gli operatori sanno che cosa fare e che cosa non fare per evitare un colpo di muso sul naso. Il cane lo fa per socializzare ma non si rende conto dell’effetto dirompente che potrebbe avere sul viso di un umano. Macchina da guerra ma socializzato e contento di camminare per campi, il pitbull del quale non citiamo il nome per tutelarne la privacy. “Ha competenze sociali. Sa bene come sopravvivere in un branco di cani e di umani. Lo hanno trovato vagante senza microchip. Forse viene da un campo di zingari. E’ un’idea che mi sono fatto io, osservando la sua dinamica di socializzazione e di relazione.”, dice l’operatore domenicale volontario. Cammina con il ritmo del marciatore, un po’ a zig zag un po’ lungo linea affiancato all’argine del canale. Tra operatori-passeggiatori ci si impegna per evitare gli incroci. Da una distanza di sicurezza ci si urla da che parte si va. La passeggiata non si deve trasformare in combattimento. Neanche fra cani da combattimento, come i pitbull “che hanno una soglia del dolore molto alta”, interviene l’istruttrice-biologa. Dalla distanza di sicurezza sono sufficienti poche parole per capirsi fra umani volontari, per concordare il tragitto.

Fra di loro, uno parla meno di tutti. Osserva molto anche se non si capisce dove diriga lo sguardo perché ha occhiali con lenti fumé oppure fotocromatiche. Tanto serio da sembrare arrabbiato con il mondo. E’ un educatore cinofilo e oggi, come ogni domenica, è qui come volontario. Lui si occupa dei casi difficili, dei soggetti che potrebbero mostrare segnali di scompenso. Sono pitbull con particolari asperità caratteriali per usare un eufemismo. Tradotto: una grande sofferenza relazionale somatizzata ed espressa con la potenza della muscolatura che hanno addosso. Le motivazioni della loro presenza in questo rifugio sono diverse: dalla impossibilità del loro umano di prendersi cura di loro per cause di forza maggiore, come la morte oppure una malattia grave oppure la galera, alla rinuncia di proprietà per difficoltà economiche oppure per criticità sociali. Oppure per incapacità di gestione. Non tutti i cani sono adottabili e gestibili da tutti. Consapevolezza, senso della realtà e formazione sono elementi fondamentali per garantire qualità e tenuta dell’adozione.

Gli occhiali fotocromatici si allontanano con il loro cane verso la parte boscosa dietro una delle sezioni del canile mentre una volontaria esce con un altro cane, anche questo molto contento di lanciarsi in una corsa fuori dal box, abbastanza giovane da essere adottato e con una storia sociale significativa alle spalle. Era il componente di una famiglia di quattro persone nella quale è venuto a mancare il soggetto adulto, quindi è finito qui. I minori della famiglia da una parte, forse in una casa famiglia, e lui da un’altra: al canile. Una corsa nell’area sgambamento, poi una lunga camminata nei campi.

Al giovanotto bianco e marrone chiaro, segue un signore di quasi dieci anni. Un cane di quasi dieci anni in canile è davvero un signore. Lo si vede da tutto, dall’elasticità della camminata, dagli occhi cerchiati, dal muso imbiancato in fretta. Un cane grande, anche questo, e dalla grande forza potenziale ormai declinata in tristezza e rassegnazione. “Viveva con il titolare di una impresa unipersonale.  Lo aveva adottato. Per motivi diversi l’impresa non ha funzionato e il cane è arrivato al canile, dopo una lunga permanenza in una pensione. L’artigiano imprenditore non voleva riportarlo al canile. E invece il canile sarebbe stata la scelta migliore. Perché conoscevamo già il cane e perché era più giovane, quindi con un livello di adottabilità più alto. Intanto il tempo passava e il cane diventava sempre più grande d’età e sempre meno interessante per le persone e le famiglie con l’intenzione di accogliere un nuovo amico. Se lo avesse riportato subito qui avremmo cercato di rimetterlo nel circuito delle adozioni. Adesso è molto più difficile.” Il volontario che ripercorre la storia del cane a volte ferma la sua narrazione. Cerca nella memoria le informazioni e le mette insieme alle sue osservazioni.

E’ di colore ruggine un altro passeggiatore di questa domenica mattina invernale. Giovane e cresciuto qui. Nato fuori ma arrivato qui da cucciolo. Il nome glielo hanno dato gli operatori. Come succede a tutti i cani catapultati qui dal territorio senza il riferimento della famiglia precedente. E’ altero, grande e diretto alla passeggiata come un treno in corsa. Non ha storie sociali intessute dagli umani prima dell’ingresso al canile. Oppure: non ha avuto modo di conoscere i fatti che hanno preceduto la sua nascita. Un cane di taglia grande anche questo. Come il cane corso femmina, esemplare tigrato che ama il passeggio con la sua amica biologa-volontaria. Molto feeling, tra le due. Il grande cane non strattona la minuta biologa. Le passeggia a fianco, annusa e osserva e si ferma in ascolto di rumori lontani, presta attenzione all’ambiente. Si conoscono da tempo. La relazione non si millanta.

Alcuni ospiti del rifugio di Cella hanno cominciato a conoscere i centri urbani facilmente raggiungibili dalla struttura. Due, tre macchine si attrezzano per portare le “facce da canile” in società, alla domenica. Importante osservarne le reazioni e altrettanto importante creare un’abitudine alla socialità con umani e con altri cani mai incontrati prima. Fondamentale cucire con costanza un ordito fatto di presenza e di comunicazione con il territorio.

Il passato condiziona parecchio la vita dei cani e modella il presente.  I volontari del canile di Cella sono qui ogni domenica mattina per modificare il presente e per cercare di cambiare la rotta del futuro dei cani ospiti. Ospiti: quando corrono nei campi sembrano quasi in vacanza. Quando escono dal box sono detenuti in fuga verso l’ora d’aria. Alla fine della passeggiata, si fermano al box dei guinzagli e dei masticativi. Entrano con il loro umano volontario. E rallentano il passo del rientro. Verso la rassegnazione del box-cella.

Il passato di parecchi cani ospiti dei canili è un filo di un’ingarbugliata matassa, strettamente intrecciata alla vita dei loro amici e conviventi umani.  

Il canile come istituzione totale può trasformarsi in rifugio.  Lo dimostra l’impegno del gruppo di operatori del canile di Cella.

Nel corso della giornata particolare vissuta al canile di Cella sono emersi diversi spunti, ciascuno è un fuoco di sviluppo di argomenti complessi. Che il giornale si impegna ad affrontare con interlocutori competenti e testimoni significativi e attraverso l’osservazione partecipante.

La Gazzetta dell’Emilia ringrazia gli operatori-Virgilio, insieme a tutto il gruppo di volontari incontrati, che hanno permesso di rendere pubblica la cronaca di una giornata del loro lavoro.

La Gazzetta dell’Emilia ringrazia la cooperativa sociale La Fenice con la quale è iniziato un dialogo finalizzato alla valorizzazione del “profondo legame che lega l’uomo agli animali.”

(Crediti delle immagini: Cooperativa La Fenice)

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(con il contributo di Mister Pet - Traversetolo Parma)

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